Abbiamo, ancora, un sogno nel cuore

(foto copertina NEWFOTOSUD – foto articolo Deborah Divertito)

Abbiamo un sogno nel cuore…e nel cuore  è rimasto, almeno per quest’anno.

E’ inutile che ci giriamo intorno. Ci abbiamo provato? Si, senza dubbio. Potevamo fare meglio? Non lo so, onestamente sarebbe stato un miracolo. Abbiamo fatto il nostro dovere fino in fondo con personalità e senza recriminazioni? No, non credo, ma dirselo lascia il tempo che trova. Saremmo dovuti essere arrabbiati e concentrati a Firenze, avremmo dovuto chiudere col Torino prima, con orgoglio e dignità. E, invece, un punto in due partite e la consegna dello scudetto di nuovo a quelli lì che, siamo tutti d’accordo, per vincere hanno dovuto fare gli straordinari, giocatori e società. A mali estremi, estremi rimedi. E loro hanno rimediato nel peggiore dei modi, tanto da farci evocare Moggi in tutte le salse oggi in curva. Geniale lo striscione “Moggi vive” e il coro vintage che chiede a Luciano di farci un goal. E prima di entrare non possiamo non notare lo striscione apparso già tempo fa a Castelvolturno, con tanto di sagome degli arbitri come suggerimenti per nuovi acquisti. Insomma, l’abbiamo presa bene.

Siamo arrivati al campo, ognuno di noi, con motivazioni e stati d’animo diversi. Qualcuno era senza stress, una partita quasi amichevole, che non contava nulla. Male, malissimo. Qualcun altro aveva la tensione di sempre perché, inutile o meno, si vuole vincere sempre e non regalare niente. Audace. Qualcun altro ancora ci annuncia che dopo anni di onorata carriera questo è l ‘ultimo anno di abbonamento. Tutto già scritto, tutto già visto. A dirla tutta, lo dice quasi ogni anno, salvo poi rivederlo in curva con noi ad agosto, immancabile quasi come “Guaglio’, chi ‘o ‘e”, il bibitaro mitologico che è una delle persone che più ci manca da giugno fino alla prima di campionato.

E’ vero che fino ad oggi la matematica non ci aveva tolto le speranze, ma sapevamo tutti di aver fatto un miracolo per buona parte della stagione e che queste ultime tre partite sarebbero state una lenta agonia, ma è la penultima in casa e non ci dobbiamo rimproverare nulla fino alla fine. Ecco perché posso solo esprimere tutta la mia ammirazione per il ragazzo, figlio di un amico, che incontriamo fuori la curva venuto apposta da Cagliari. Quando gli chiedo dove fosse il papà, la risposta è meravigliosa: “E’ a Caserta per una comunione!” Il disertore di feste familiari resterà con noi per tutta la partita, anche se ad un certo punto lo dimentichiamo, ma solo per ovvi motivi legati all’andamento del risultato. Fuma nervosamente, ma riesce a restare col sorriso.

Di sorrisi nel resto del gruppo, invece, ne abbiamo visti pochi a fine partita. Per fortuna ce ne sono stati nel pre-partita, tra una mano a carte e un “indovina il giocatore” durante il riscaldamento, con Chiriches che è riuscito a mettere in crisi il tizio dietro, il quale, nonostante la chierica evidente che gli suggeriva anche il nome, non riusciva a capacitarsi. Poi è passato ad Albiol, forse un taglio più corto di capelli l’ha completamente destabilizzato. Insomma, non ha riconosciuto tutta la nostra difesa. E, se per questo, dopo, neanche noi. Durante la partita, invece, il gioco “indovina il giocatore” è continuato con l’amico accanto, questa volta coi giocatori del Torino, sempre difensori. E’ stato nominato Moretti e addirittura Ogbonna ma, pare, solo per scherzare. Resta il fatto che avevamo rimosso completamente la presenza di N’koulou. Dopo avremmo capito che più che il nome del giocatore, sarebbe stato un presagio. E la sintesi perfetta di tutto questo campionato.

A fine partita noi siamo commoventi e commossi. Cantiamo, applaudiamo, sappiamo che in fondo a questi ragazzi non gli possiamo dire proprio niente. Anzi, a dir la verità, solo un domanda: “Ma perché a fine partita hanno fatto il giro di campo salutando come se fosse l’ultima? Col Crotone ci andiamo solo noi?”. Così, giusto per sapere, perché qui c’è gente che deve cambiarsi i turni di lavoro per poter esserci.

A proposito di lavoro, tra il primo e il secondo tempo chiacchiero con un amico giornalista e gli racconto della bruttissima aria che tira dalle mie parti, Napoli Est, dove si sta sparando tutti giorni, tra colpi in aria, contro i muri delle case, le auto parcheggiate e qualche volta bersagli umani. Poi, arriva la notizia che non avrei mai voluto sentire: dei ladri senza scrupoli sono entrati in una scuola di Barra, sempre sul mio territorio, precisamente nei locali destinati ad un’associazione, “Il tappeto di Iqbal” e al “punto luce” di Save the Children contro la povertà educativa, e hanno rubato materiale e pc, vandalizzando tutto. Ebbene, in quel posto c’è il sudore e il lavoro quotidiano di molti, che andrebbero valorizzati con il rispetto e premiati con maggior sostegno da parte di tutti. Costruire tanto per poi subire un furto da sotto al naso che ti costringe a ricominciare tutto daccapo è terribile, vero? Vi ricorda qualcosa? Ecco, lo scudetto non ci avrebbe fatto diventare una città migliore, ma ci avrebbe solo anestetizzato per qualche giorno, tenendoci mentalmente lontano dai guai. E Dio solo sa quanto ne avremmo avuto bisogno. Ma il salto di qualità vero lo devono fare gli uomini che questa città la vivono tutti i giorni, e non attraverso un rettangolo di gioco. Solo quel giorno potremmo raccontare i nostri figli e nipoti la storia di quando Napoli è tornata ad essere campione.

Sempre forza Napoli,  a voi e famiglia.

 

About the author

Criminologa e operatrice sociale a tempo perso. Ama giocare con le parole ma anche a pallavolo, nonostante l’età. Ha le spalle protette dal Vesuvio e lo sguardo fisso sul mare. Così si sente a casa, o quando è in curva B al San Paolo. Per Idea Napoli cura la rubrica “Racconti in Curva”

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