Abbiate fede

Domenica a lavoro, pioggia a dirotto dalla mattina, io col giubbino di pelle e non chiedetemi perché, il Napoli a 5 punti dalla Juve ribaltando lo scenario che avevamo prima dell’ultima in casa, quella con la Roma. Cataclisma tra i tifosi, scene di giubilo tra alcune testate giornalistiche, depressione per alcuni  e crisi mistiche con visioni di miracoli per altri.

Poi, la Juve pareggia con la Spal e allora riteniamo nuovamente tutto possibile, alcuni giornalisti sono costretti a guardare alla nostra partita come quella che può “riaprire il campionato”, senza spiegare perché anche quando eravamo noi primi il campionato non fosse chiuso.

Insomma, arriviamo a Napoli-Genoa dopo un giro gratis sulla montagna russa più grande del mondo. Su e giù senza pietà. Sapendo che è ora di dare ancora più senso a questo gemellaggio.

Arrivo allo stadio che non piove più e già butta bene. Saluti di rito all’esterno dello stadio con i soliti amici venuti da Verona, da Bologna, da Roma. Le giornate che si allungano ci ingannano e la prevista bassa affluenza pure, e così  saliamo sugli spalti che manca poco alla partita. Poco meno di due ore. Entriamo incredibilmente solo controlli molto blandi, mentre un amico ci racconta dei palpeggiamenti e delle ispezioni intime subìte a San Siro la settimana prima. Ad ognuno i suoi piaceri.

Quando usciamo a riveder le stelle, dalla zona bagni alla zona spalti, passando per il varco del deck 4, troviamo uno stadio deserto, gli unici  tifosi sono tutti ammucchiati nel nostro specchio di curva. Come il miele per gli orsi. Un branco di Winnie the Pooh. Per fortuna i nostri posticini sono salvi e salutiamo tutti, compreso l’amico di Mantova che trova subito un argomento interessante da condividere, assolutamente nel mood “pre-partita”: come prendere lavori di ristrutturazione per la propria ditta in due abili mosse e senza ricordare neanche il nome del committente. Ascoltiamo tutta la storia avvincente dandogli la giusta soddisfazione e subito passiamo ad un altro amico che, entusiasta, non vede l’ora di farci sapere che è finalmente ricominciato “Un giorno in pretura”. Noi scoppiamo a ridere, convinti che fosse una battura, e invece no! E chiedo scusa pubblicamente se ho frainteso, sottovalutando l’importanza dell’informazione. Prima di prendere definitivamente posto lì dove ho lasciato la mia sciarpa a riscaldare i sediolini, ho il tempo di assaggiare una zeppola di San Giuseppe da un vassoio messo lì apposta. Noi ci teniamo alle tradizioni, sia chiaro! Tant’è che non vediamo l’ora di andare a Sassuolo col casatiello e la pastiera!

Napoli-Genoa non comincia benissimo in campo, ma è una meraviglia sugli spalti. La solidarietà a Sarri per una frase sicuramente poco felice ma punita e giudicata più del dovuto, lo sprono a lottare ancora, le bandiere enormi e sparse e il rosso dei fumogeni. Noi eravamo dentro lo spettacolo, ma immagino che visti dall’esterno eravamo stupendi. Il mio compagno milanista, accanto a me per amore, è tornato a casa con gli occhi pieni di bellezza. E soprattutto con una richiesta da parte di tutti noi: “A Torino facit’ ll’uommini!”. In tutti i casi, i primi venti minuti sono stati un horror, con la paura del loro vantaggio beffa dietro l’angolo. I volti erano tesi, con la speranza di un riscetamento improvviso. Non è stato facile superare l’intervallo con quello 0-0 che pendeva sulla testa. Un’andata e ritorno dal bagno ha stemperato un po’ la tensione, ma noi questa partita dovevamo vincerla. Per una serie di motivi. Il più importante: la sosta del campionato avrebbe prodotto tanti di quei commentatori improvvisati, tecnici sprovveduti e giocatori falliti che avrebbero trasformato la montagna russa delle ultime settimane nella casa delle streghe senza uscita.

Il secondo tempo l’ho passato a passeggiare nervosa avanti e indietro alle spalle dei miei compagni che si giravano  per controllare che non fossi collassata per iperventilazione. Quando a un certo punto accade la svolta. Il goal di Albiol, penserete. No. Meglio. Il gesto propiziatorio del goal di Albiol. Una mano dalla fila di dietro mi tocca la spalla, come a fermare il mio andare su e giù, e una voce amica mi dice: “Abbi fede Deborah, abbi fede!”

Ed è stato solo allora che Albiol, che pure voleva festeggiare per bene la sua partita numero 200 ( o, almeno, così supponiamo perché come al solito le casse del San Paolo sembrano quelle del Sapientino), decide che è arrivata l’ora di mettere fine alla nostra agonia e smentisce l’amico da Verona che è sempre sul pezzo e che aveva appena detto: “Tanto noi non non segniamo mai su calcio d’angolo”.

Apposto. Vinciamo 1-0 con due pali e finalmente nessun tiro a giro che non gira di Insigne.

La curva resta lì, dopo il triplice fischio, a cantare e ad abbracciarsi, consapevole che questa vittoria può ridare morale e fiducia. Semmai l’avessimo persa. E vorrei sottolineare gli applausi a Reina, che ha avuto il coraggio di fare quello che fa sempre: ringraziare i tifosi. Noi sappiamo che va via non proprio per colpa sua e che ha fatto una cavolata nel fare già le visite mediche a campionato in corso, ma sappiamo anche che fischiarlo adesso significherebbe perderlo per sempre, nelle giornate più importanti della corsa finale. Insomma, siamo stati un pubblico intelligente, razionale, non avventato. E la cosa mi è piaciuta assai.

Torno a casa non dopo aver preso una birretta con alcuni amici. Ma tra un brindisi e l’altro, una sola frase mi rimbomba nella mente e io non smetterò mai di ringraziare la persona che me l’ha regalata in un momento di difficoltà: “Abbi fede Deborah, abbi fede”. E come si fa a non averne?

Forza Napoli sempre, a voi e famiglia.

About the author

Criminologa e operatrice sociale a tempo perso. Ama giocare con le parole ma anche a pallavolo, nonostante l’età. Ha le spalle protette dal Vesuvio e lo sguardo fisso sul mare. Così si sente a casa, o quando è in curva B al San Paolo. Per Idea Napoli cura la rubrica “Racconti in Curva”

Potrebbero interessarti

JOIN THE DISCUSSION

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.