Luoghi non comuni

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Comunque vada sarà un successo. Ma anche no.


E c' avimma fa...?!?

E c’ avimma fa…?!?

“Non ce la faccio a vederti a casa quando gioca il Napoli. Tieniti libera il 5 novembre che vai allo stadio. Ti ho regalato il biglietto.”

Comincia così, con le parole di un’amica che sa come farmi felice, il mio Napoli-Lazio. Non avevo ancora materialmente il biglietto tra le mani, ma sapevo che sabato sera avrei abbandonato lavoro e famiglia e sarei stata a casa mia. Curva B. Deck 4. Cascasse il mondo. Ecco. A cascare sono stata io e il mio ginocchio. Distorsione due giorni prima della partita e, mentre ero ancora a terra bestemmiando in aramaico antico, pare che abbia detto “Nooo! Devo andare alla partita!”. Tra pareri discordi e pensieri altalenanti, tra un “appoggio il piede a terra” e un “faccio finta che non mi fa male”, la mattina mi sveglio e prendo la decisione con un messaggio laconico e categorico al solito amico venuto da Verona apposta per la partita: “A che ora mi vieni a prendere?”

Indosso un tutore dell’ultima ora, imbraccio le stampelle col dubbio che non me le facessero entrare e penso che con un pre-partita così, comunque vada sarà un successo. Si dicono tante cose stupide tra i fumi dell’antidolorifico.

Arrivo allo stadio, gate 8, passo indenne tra steward e poliziotti, che non mi guardano neanche, arrivo ai tornelli e mi chiedono se i poliziotti avessero visto le stampelle. Li guardo come a dire “No, le ho nascoste in tasca. Sono stata bravissima, eh?!”. Poi entro senza manco aspettare la risposta. Impiego quelle due ore per salire dieci scale e finalmente il verde del campo, la luce dei riflettori, l’odore delle cann…ehm! Scherzo! Mi ritrovo con tutti gli altri e i discorsi non possono che essere calcistici: giocano Diawara e Zielinski, Gabbiadini è fuori (in tutti i sensi), Insigne aveva i crampi e perciò è uscito, cos’hai messo nel panino, ma “Chi ‘o e’ ” che fine ha fatto. Per chi non fosse abituato ai personaggi della curva B, Chi ‘o e’  è il nostro rifornitore ufficiale di acqua dello sponsor e bibita gassata di una nota marca, tutte rincarate del tremilapermille, che si riconosce da lontano per il suo richiamo “Guaglio’ chi ‘o e’?” (Ragazzuoli, chi di voi vuol dissetarsi?). Appresa tristemente la sua assenza reiterata, chi dice per motivi di salute e chi per eliminazione da parte della società di gestione beveraggio, notiamo che si vende non più la bibita gassata di una nota marca, ma hanno adesso una bibita gassata di una nota marca parallela, il pezzotto che tutti conosciamo. Insomma, la Pepsi invece della CocaCola. Ma allo stesso prezzo, con un rincaro quindi del quattromilapermille. Tifosi da spennare sempre e comunque. Una petizione sarebbe il minimo.

Invece tra i tifosi c’è chi ancora si lamenta perché non abbiamo una punta, chi si lamenta perché ci si lamenta che non abbiamo una punta, chi si lamenta delle doppie punte cercando di cambiare discorso perché non ce la fa più a sentire chi si lamenta di chi si lamenta. Il mood della serata era prendere in giro chi conosce i limiti del Napoli e aveva il coraggio di dirli, non per questo tifando meno e seguendo meno la propria squadra, e dirgli che era una peste. Avete presente la profezia che si auto avvera? Ecco qua. La partita comincia, noi facciamo solo fuffa per un tempo intero, la palla non la mettiamo dentro neanche per sbaglio e ci ritroviamo nell’intervallo a fare il replay dei discorsi precedenti. Io intanto mi chiedo che è venuta a fare allo stadio la tizia davanti a me che è stata continuamente con il cellulare a registrare i cori e a mandarli via whatsapp a tutto l’universo conosciuto e non, l’unico cellulare a prendere nel giro di mille chilometri dallo stadio, farsi foto, fare foto al campo, guardare le notifiche di Facebook, registrare ancora i cori. L’unica magra consolazione è che ci saranno finite dentro anche tutte le mie bestemmie, all’ennesima incursione a vuoto del nostro attacco nano o dell’ennesimo tocco con la mano non punito.

Comincia il secondo tempo, almeno per noi. La Lazio, come fa notare qualcuno, sorseggia il suo tè caldo molto più lentamente di noi che siamo impazienti di chiudere sta cavolo di partita. Aspettiamo quel quarto d’ora accademico e finalmente si degnano di tornare sul terreno di gioco.  Qualcuno aveva paventato una vittoria a tavolino per noi. Vabbè, in curva si vaneggia, si sogna, si spera e si dicono anche tante sciocchezze. Fatto sta che veramente segniamo. Il solito capitano salva-partita. Festeggiamo. Io festeggio noncurante del ginocchio in meno, mentre un amico mi tiene costantemente la mano sulla spalla per proteggermi dall’orda di tifosi felici. E lo ringrazio adesso, pubblicamente, per questo. Il problema è che stavamo ancora festeggiando quando vediamo anche loro festeggiare. Eccesso di partecipazione alla gioia altrui o è successo l’irre-parabile? La seconda che ho detto. Ora che abbiamo il tabellone possiamo leggere 1-1. Apposto. Ci dicono dalla regia che è stata una papera di Reina. Apposto. Intanto vediamo Marchetti parare di tutto. Apposto. Ci affanniamo a fare il secondo, ma troppa grazia cerchiamo. Portiamo un solo punto a casa. Sconsolati. Fermi e silenziosi a fine partita. Non ci crediamo. Andiamo via ascoltando chi la disamina la sintetizza con la differenza tra i portieri; chi dà lo scoop del secolo dicendo che va via Sarri, l’ha già letto chissà dove; chi chiama il padre e lo lascia sfogare con improperi irripetibili.

Nel frattempo ricomincia il loop della settimana: c’è chi si lamenta che non abbiamo un attaccante, chi si lamenta di chi si lamenta che non abbiamo un attaccante, chi si lamenta di chi si lamenta di chi si lamenta. E moltiplicatelo per due che c’è pure la sosta. Amen.

 

Deborah Divertito




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