Luoghi non comuni

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È meglio un giorno da leone?


Ecco qua.

Ci ho impiegato quasi un giorno per prendere il coraggio a mezza mano e cominciare a raccontare il mio Napoli-Juve. Se poi ci mettete che non respiro perché ho l’apparato naso-gola da buttare per l’influenza, capirete bene le difficoltà che in questo momento sto attraversando ad ogni tasto battuto.

Resta il fatto che sento un bisogno catartico di stare male di nuovo e, allora, ecco qua.

Le premesse per battere la Juve c’erano tutte: ci arriviamo da capolista; con la formazione migliore in questo momento (anche se senza Ghoulam); il tutto esaurito al San Paolo; il gruppo curvaiolo al completo; il loro completino giallo modena/frosinone; la pasta e fagioli di papà a pranzo. Che potrebbe non dirvi niente, ma vi assicuro che è una bomba.

Eppure, c’erano tutte anche le premesse per perderla: loro inseguono e quando inseguono hanno più stimoli e quando hanno più stimoli, a meno che non sia una finale di Champions, non sbagliano un colpo; il giorno prima un quaquaraqua ha deciso di rompere le scatole con una fotografia, quanto meno inopportuna, confermando di fatto a tutto il popolo napoletano che porta sfiga; l’argentino traditore prima non doveva giocare, poi doveva stare in panchina poi alla fine era in formazione perché, guarda caso, Mandzukic s’era infortunato, e allora c’erano tutte le premesse pure per un suo goal; il nostro completo modello pigiamino all’ultimo grido, il nostro. E, dulcis in fundo, non trovo posto tra i miei amici, ma sugli scalini accanto, riuscendo a stare in piedi e in bilico ore ed ore, manco fossi a Woodstock nel ‘69. Tragedie che possono capitare, ma mai a Napoli-Juve. E non c’era neanche Hendrix con la sua chitarra.

Insomma, tirando le somme, poteva essere un pareggio. Di quelli da grande attesa e zero goal. Io non ci avrei firmato, neanche a fine primo tempo. Potevamo farne noi uno a sorpresa. E, invece, ne hanno fatto uno loro. Credo che Insigne stia sentendo ancora rimbombare la mia voce per tutta Frattamaggiore e pure Frattaminore. Perché perdere una palla così al limite dell’area loro è un suicidio. E noi ci siamo suicidati.

In senso metaforico, si capisce, ma vi assicuro che dalle maleparole che ho sentito ieri intorno a me, qualcuno in campo ci avrà pensato. Ieri non era una partita da bambini in curva. Né da bionde amiche che mi chiedono quale sia la panchina del Napoli. Ieri i bambini si sarebbero persi tra le migliaia di gambe aggrovigliate o si sarebbe arrostiti ai fumi delle sigarette, quelle normali e quelle divertenti. Le bionde amiche, invece, non sarebbero state più amiche, e forse neanche più bionde. Troppa tensione. Troppa delusione. Troppe capate nel muro. Nel mio caso specifico, nel braccio di chi mi stava accanto.

Napoli-Juve non è una partita normale. Non lo è mai stata e mai lo sarà. Ma ieri è stata una partita brutta. Nel risultato, sicuramente. Nel gioco, senza alcun dubbio. Nel tifo, a malincuore. Ero in una curva che non cantava e quelle rare volte che se l’è concesso lo ha fatto contro l’argentino traditore, contro gli juventini dipendenti della Fiat, contro e non per il Napoli. Il goal ci ha zittiti tutti, tranne un ragazzo accanto a me che continuava a chiedere agli altri 60 mila dove fossero contro lo Shaktar e dove saranno contro la Fiorentina, volendo il premio “tifoso dell’anno”. Probabilmente, lo chiedeva alla gente sbagliata visto che intorno a lui aveva tutte persone che erano, al massimo, dieci sediolini più a sinistra, compresa me.  Accanto a lui, un altro irriducibile che ad ogni pallone toccato dall’argentino traditore chiedeva di fare fallo. Insomma, una versione selettiva del tizio che la volta scorsa chiedeva il fallo anche contro la madre del guardalinee.

La curva si è svegliata solo a fine partita, per il solito coro accolto dai soliti Reina, Mertens e Insigne. Quest’ultimo, poi, se volesse veramente difendere la città, sorridesse meno ai selfie con il quaquaraqua di cui sopra.

Per quanto riguarda me, dal triplice fischio sono in uno stato catatonico che manco tutti i pazienti di Robin Williams nel film “Risvegli” messi insieme.

Tornando a casa ho letto che non è successo niente, siamo ancora primi e, mal che vada, siamo ancora tutti lì, a pochi punti ed è solo il mese di novembre, che abbiamo perso la battaglia e non la guerra, che non è forte chi non cade mai, ma chi cade e sa rialzarsi, pure che sarebbe stato meglio un giorno da leoni che 100 da pecora. Già, tutto verissimo. Ma pecché, nun putimm’ fa 50 da orsacchiotto?

 



Criminologa e operatrice sociale a tempo perso. Ama giocare con le parole ma anche a pallavolo, nonostante l’età. Ha le spalle protette dal Vesuvio e lo sguardo fisso sul mare. Così si sente a casa, o quando è in curva B al San Paolo.
Per Idea Napoli cura la rubrica “Racconti in Curva”


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