Il cuore al posto dei piedi

Forza ragazzi, noi ci crediamo! (foto articolo Reuters – foto copertina Insidefoto/Image)

Come si fa a scrivere un articolo su una partita così? Facile, non si può.

O, meglio, non puoi farlo con la logica e l’equilibrio, devi farlo col cuore e con il flusso di emozioni. E, per questo, saprai già che sarà un pezzo incasinato, disordinato, ostico, di quelli con accozzaglie di parole una sull’altra, come manco il peggior Tiziano Ferro di “case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale” ecc ecc. Per tenerci un tantino più aulici, un flusso di coscienza alla Joyce, va’.

E, allora, ci provo. E per farlo, comincio dalla fine. Anche perché prima degli ultimi venti minuti non è che ci sia stato granchè. A parte tutta Napoli riversa in strada con passeggini per portare i bambini alle giostre o vicino al mare o a prendere il primo sole che spaccava le pietre, tutti estremamente lenti e lanciati davanti alla mia auto per attraversare la strada. Ecco, nel mio tragitto fino allo stadio non si sono spaccate solo le pietre. Ma non è il momento di essere volgare.

Dicevo, la fine. Il mio fermo immagine della giornata è un cumulo di persone sui sediolini del deck 4 di curva B, come nella miglior ammucchiata della più bella partita di rugby. Non vivevo una scena così dal 4-3 contro la Lazio. In quella partita vidi le lacrime di un uomo di 50 anni che tornava bambino, in questa, invece, ho visto le lacrime di un bambino, figlio di un amico, come a completare il ciclo ed è stato bellissimo. Io penso  di aver abbracciato chiunque, anche la ragazza accanto a me che ha cominciato la partita malissimo, criticando tutto e tutti, poi è andata decisamente meglio quando mi ha confortato sul goal dello svantaggio, accarezzandomi la spalla delicatamente, riscattandosi poi del tutto quando sul goal di Diawara mi ha abbracciato come fossimo due amiche storiche. Credo che abbia capito la mia difficoltà iniziale nei suoi confronti e che, quindi, abbia voluto fare pace con me e con se stessa. Praticamente una storia nella storia. Tutto terribilmente romantico. Ed è paradossale che il pre-partita sia cominciato proprio così: parlando di romanticismo. L’amico del gruppo, il prof di filosofia che arriva alle lezioni ancora ubriaco (di allegria, si capisce) dalla sera prima, ci spiegava la sua lezione improvvisata di sabato mattina sul romanticismo, partendo da una coppia di fidanzatini della sua classe formatasi durante la visita scolastica a Marzabotto. Non è tutto già romantico, così? La lezione è continuata con l’ermo colle di Leopardi, che era sì solitario, ma anche proiettato verso l’orizzonte e oltre, e poi Gauguin che se n’è andato in Polinesia per la sua voglia di esotismo. Ora, io ve l’avevo detto che sarebbe stato un pezzo strano, disordinato e ostico, ma vi giuro che anche la lezione del prof non è stata poi così lineare!

Romantico è stato anche l’amico che per tutto il tempo ha continuato a dire che avremmo vinto, anche dopo il palo, le parate, le perdite di  tempo, il rigore sbagliato, il goal del Chievo. Il goal del Chievo, parliamone. Non è sembrato anche a voi che i nostri, capito che non avremmo mai sbloccato la partita con un goal nostro, abbiano poi deciso di sbloccarla con un goal loro? Perché, se ci pensate, così è stato. Per la serie, in una porta ci sono centinaia di giocatori e, dunque, lì non segneremo mai, nell’altra invece c’è solo Reina che sta facendo ripetizioni di milanese e tra un “se gh’è” e l’altro potrebbe pure annoiarsi e allora gli diamo un senso (anche perché era sotto l’altra curva e non potevamo neanche guardargli il sedere). Insomma, gli regaliamo il goal per svegliare un po’ tutti, giocatori del Chievo compresi. Un gesto d’amore, in fondo, il nostro. Tipo: “Tie’, ti concedo un’emozione. Quando ti ricapita di segnare in un San Paolo stracolmo?”

Da lì cominciano prima i momenti più brutti e poi i minuti più belli del campionato. Io mi siedo e, dovendo fuggire a lavoro, ero tentata di andarmene prima. Cosa che non ho mai fatto in vita mia e, per fortuna, non ho fatto neanche adesso. Ho detto mi siedo, ma riesco a sbirciare tra i compagni in piedi tutte le azioni. Tutti i tentativi di passaggi sbattuti sui polpacci dell’avversario, Insigne che manda a quel paese i pochi tifosi che per la frustrazione decidono di prendersela con lui fischiando. Io l’ho fatto solo bestemmiando in una lingua molto vicina al frattese, ma che si chiama aramaico antico. Poi, scambiandolo per Mertens che incitava, invece, il pubblico, gli ho detto di andare a fare la majorette. E chiedo pubblicamente scusa per questo. Ma capirete che quando hai già perso un pezzo di fegato e senti che ne stai perdendo anche tutto il resto, può succedere che straparli e che qualcuno strafischi. La tensione e la delusione sono brutte bestie e gli essere umani sono, romanticamente, molto spesso in preda alle proprie emozioni. Supereroe, invece, è stato Milik con la capocciata su assist, manco a dirlo, di Insigne, ed eroe romantico è stato invece Diawara che, dopo una prestazione veramente da schiaffi, ha messo il cuore al posto dei piedi e l’ha messa lì, dove non sono riuscita a vedere perché ero già sommersa da metà curva B che esultava per il miracolo.

E, come in un film che ti lascia un sorriso enorme su una faccia da ebete, siamo tornati al fermo immagine iniziale. La felicità, la caparbietà, la fratellanza, l’onestà dei sentimenti veri. Questi i messaggi a cui ripensi mentre scorrono i titoli di coda.

Mike Fanelli, non un calciatore ma un runner, comunque uno sportivo, diceva una cosa meravigliosa che sembra tagliata apposta per dare un senso a questo pezzo e a questa partita: “Dividi una gara in 3 parti: corri la prima con la testa, la seconda con la tua personalità, la terza col cuore”. E se non trovate romantico questo finale di stagione, la parte da correre con il cuore, vuol dire che non riuscite a guardare al di là della siepe, dopo l’orizzonte, oltre l’infinito.

Sempre forza Napoli, a voi e famiglia.

 

 

About the author

Criminologa e operatrice sociale a tempo perso. Ama giocare con le parole ma anche a pallavolo, nonostante l’età. Ha le spalle protette dal Vesuvio e lo sguardo fisso sul mare. Così si sente a casa, o quando è in curva B al San Paolo. Per Idea Napoli cura la rubrica “Racconti in Curva”

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