Luoghi non comuni

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In curva con la metro


Dalla Lapponia passando per l’Asse Mediano

23 dicembre. Pre-vigilia di Natale. Otto miliardi di cose da fare. La prima per me, come per tutti, è fare gli auguri a chi si ama. E allora, con altri 50mila persone, vado allo stadio ad abbracciare il mio Napoli.

Avete presente il traffico del 23 dicembre a Napoli, soprattutto se devi andare da est a ovest della città? Ecco, allora ho preso la metro. La metro, poi. Diciamo il carro bestiame. Il treno dei deportati, ma in azzurro e autoironici come sempre. A un certo punto, all’ennesima fermata di un quarto d’ora senza capirne il motivo, schiacciati come sardine, il papà al figlio che, nel frattempo mostrava una certa insofferenza con il naso nel sedere di quello davanti e il braccio destro al posto di quello sinistro, gli dice rassicurandolo: “Non te preoccupa’ a papà, ce la facciamo ad arrivare. E se non arriviamo quelli aspettano a noi per cominciare!

Il mio viaggio invece è stato accompagnato da due ragazzi ansiosi e ansiogeni, che parlavano un dialetto strano e interagivano tra di loro in un modo che aumentava l’ansia, erano un misto tra Beavis and Butthead e i ragazzi del circoletto. Terribile. A un certo punto uno dei due si era fissato che avrebbe voluto tirare il freno del treno per scendere da quell’inferno di calore disumano perché non ce la faceva più e, per fortuna, ha visto il terrore negli occhi di tutti noi che già ci vedevamo a friggere il baccalà nel vagone e darci gli auguri di Buon Natale lì.

In tutti i casi, sappiate che il viaggio di ritorno è stato anche peggio. Non so se avete mai provato l’esperienza mistica di prendere la metro al ritorno dallo stadio. Ebbene, in caso di risposta positiva vi prego di commentare l’articolo con la descrizione dei vostri incubi. In caso negativo, vi basti sapere che aprono una sola porta d’ingresso dal piazzale di Campi Flegrei, se sopravvivi al primo step senza essere calpestato dalla folla o ti piacciono le situazioni promiscue e di troppa vicinanza con fiato altrui, entri in stazione e fai la fila per il biglietto. Poi fai vedere il biglietto da bravo cittadino e arrivi al treno. E qui devi superare il secondo step. Entrare in uno dei vagoni, appendendoti come fosse il tram di Fantozzi, urlando a chi è lì prima di te di andare nei corridoi perché sono vuoti. Tu spingi, loro ti rigettano, tu rispingi e loro ti ri-rigettano fino a quando non si individua un nemico comune: il capotreno che non fa chiudere le porte e ce ne andiamo tutti senza litigare e farci male. Infine, mentre affronti il viaggio tra una lamentela sul disservizio e una su Mario Rui che si fa espellere come un cretino e l’espressione di felicità per la vittoria così facciamo un buon Natale perché altrimenti ce lo intossicavamo, lasciandoci sullo stomaco capitone e minestra ammaretata, ti prepari a superare il terzo e ultimo step: scendere alla tua fermata, e puntualmente l’apertura è alla porta opposta da dove sei salito. A quel punto sei spregiudicato e hai gli occhi fissi sull’obiettivo, butti tutti per l’aria e guadagni nuovamente il respiro tornando alla vita normale.

Insomma, in mezzo a questo, c’è stata la partita ovviamente. E che partita!

Rocambolesca, con l’infarto dietro l’angolo e le bestemmie pre-natalizie una dietro l’altra dal primo all’ultimo minuto. Il Napoli ha dimostrato di poter ribaltare un risultato più di una volta contro una squadra coriacea e non facile. Hamsik supera Maradona, Mertens rimanda a Crotone il goal, l’arbitro deve fare due chiacchiere con la moglie e Mario Rui con lo psichiatra. Ma soprattutto io dedico quest’articolo al tizio dietro di me che, durante una partita come quella di ieri, è riuscito a criticare tutto. Ma quando dico tutto, è tutto. Reina, Sarri, Hysaj, i cori, il fisioterapista, i raccattapalle, l’erba del campo, le panchine, i vigli del fuoco, gli steward, Insigne, Mertens, Callejon, Callejon, Callejon, Reina di nuovo, Mario Rui sempre, Diawara e pure quel povero Rog che non è entrato scambiandolo per Zielinski e quindi anche Zielinski. Arrivati al novantesimo, ha criticato anche i tre minuti di recupero perché ne voleva di più. Così prendevamo il goal e avrebbe potuto continuare anche dopo. E, invece, è dovuto restare con noi, applaudire e cantare insieme ai giocatori che, come sempre, offrono spettacolo dentro e fuori dal campo. Sarà stata proprio una brutta giornata per lui.

A tutti voi, invece, voglio dire un’ultima cosa, prima di augurarvi Buon Natale: lo stadio sarà fatiscente, i tifosi avranno ancora un problema d’identità sessuale andando sempre nei bagni delle donne, nonostante il simbolo con la gonnellina, i sediolini saranno vecchi, sporchi e scomodi in qualsiasi modo tu ti metta, in piedi o seduto, le casse saranno sempre schiattate che non si sente mai niente, tranne l’inno ufficiale che però non si sente lo stesso per i fischi assordanti che non capisco l’ostinazione nel mandarlo ancora, sarà pure che per avere un tabellone striminzito abbiamo aspettato ere glaciali e comunque non porta il recupero, che è quello che più ci fa venire l’ansia, sarà tutto quello che volete, ma stare in quella curva è proprio arrecreante. E se non vi piace la curva, perché ci può stare, andate in un altro settore, ma veniteci allo stadio. Veniteci, e se vi piace l’avventura, veniteci in metro.



Criminologa e operatrice sociale a tempo perso. Ama giocare con le parole ma anche a pallavolo, nonostante l’età. Ha le spalle protette dal Vesuvio e lo sguardo fisso sul mare. Così si sente a casa, o quando è in curva B al San Paolo.
Per Idea Napoli cura la rubrica “Racconti in Curva”


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