La piccola chiesa di Sant’Aspreno

 

 

 

 

 

 

 

 

VI secolo, tramonto del secolo: un uomo si guarda intorno con aria malinconica.
Il Portus de Arcina languisce a pochi passi, ormai insabbiato, arrendendosi ogni giorno di più all’incuria, all’abbandono cui sembra essere condannato all’indomani della caduta dell’impero (cos’altro è l’assenza dello stato se non la mancanza di manutenzione di un luogo pubblico o la protezione dei luoghi vitali di una città?): la città è tornata in mano a Bisanzio da qualche decennio e inizia lentamente a ritirarsi come il mare che lambiva l’antico porto minore, come le ambizioni di autonomia che dovranno aspettare diversi decenni per realizzarsi compiutamente e sembra dimenticare il suo passato di luogo fiorente e ricco di cultura, arti, e di ozio. Il nostro uomo si guarda intorno: gli edifici termali, le mura o ciò che ne resta, sono fieramente lì a testimoniare un passato splendido e glorioso…non può certo saperlo ma sta vivendo un’epoca straordinaria in cui uomini tenaci e armati di infinita determinazione sapranno ricostruire un mondo appena crollato, partendo da quelle stesse macerie.
Proviamo a guardarci intorno anche noi, oggi, dalla stessa posizione del nostro uomo: siamo alla fine del corso Umberto, il Rettifilo è appena finito, confluito in quella che oggi conosciamo come Piazza Borsa: alle nostre spalle c’è proprio il palazzo della borsa, un edificio che nasconde al suo interno (e al di sotto…) un vero e proprio tesoro dimenticato dai napoletani, un luogo della memoria che nessuno o quasi ormai più conosce. I recenti scavi archeologici, scaturiti dai lavori per la realizzazione della nuova metropolitana, hanno evidenziato una incredibile sequenza di scoperte che hanno interessato tutta l’area che un tempo definiva la linea di costa di Napoli: accanto ai più famosi rinvenimenti di Piazza Municipio (il cantiere archeologico più grande d’Europa, fa bene ricordarlo) ci sono quelli dell’area di Piazza Borsa: tutta la zona è interessata da una frequentazione praticamente ininterrotta in un arco temporale che va dai primi decenni della nostra era fino ai giorni nostri. Il porto, la collocazione di un impianto termale, anzi direi quasi una intera area dedicata alle terme…che andava da Santa Chiara fino al mare passando per Santa Maria la Nova, officine per la produzione del vetro, magazzini connessi alle attività portuali, strutture abitative a ridosso delle nuove mura di età bizantina, necropoli e luoghi di culto, dedalo di vicoli, il Risanamento, la fermata della nuova metropolitana.
Oggi di questa storia, di questo enorme patrimonio monumentale è rimasto praticamente nulla, coperto dai secoli, dimenticato dai napoletani: ad esempio, chi conosce oggi il principale luogo di culto di Aspreno, nostro primo vescovo? Credo che un buon 90% dei napoletani non conosca neanche Aspreno, a dirla tutta: figurarsi se sappia che inglobato all’interno del palazzo della borsa ci sia un edificio religioso: è la piccola chiesa di Sant’Aspreno, dedicata proprio alla memoria del primo vescovo della nostra città (si dice consacrato addirittura da San Pietro di passaggio), il cui accesso è posto alla sinistra del palazzo.
I primi riferimenti alla chiesa si datano alla metà del ‘500, quando il contesto urbano dell’area è totalmente modificato e ormai il ricordo dei tempi antichi è dimenticato quasi del tutto: essa sorgeva in un fondaco uguale a tanti altri all’epoca ed era un edificio piuttosto piccolo, posto in un cortile abbellito da fontane, archi “gotici” e posto in mezzo a varie abitazioni (chi voglia farsi una idea può visitare il fondaco tuttora esistente a via san Gregorio Armeno). È la collocazione che manterrà fino agli ultimi anni dell’Ottocento quando un bizzarro ordine del governo centrale darà il via alla prima vera e propria speculazione edilizia a Napoli: il Risanamento. Ecco che un intero quartiere viene sventrato in nome di una non meglio chiarita “igienizzazione” urbana, ecco che anche l’area che ci interessa subisce una totale e definitiva metamorfosi, l’ennesima della sua storia. Le piante della città, in particolare la Pianta Baratta, ci restituiscono però vere e proprie fotografie della zona che per fortuna permettono di ricostruire l’aspetto e la collocazione di questi monumenti scomparsi: l’antica chiesetta di Sant’Aspreno viene demolita (così come l’interessantissima chiesa di Sant’Onofrio dei Vecchi, parzialmente demolita e oggi con l’ingresso inglobato in un edificio moderno) e ricostruita, con un diverso orientamento, e inglobata nel nascente edificio della Borsa.
Adesso facciamo un passo indietro, e proviamo a scoprire questo sconosciuto monumento.
Partiamo innanzitutto dal titolare della chiesa: Sant’Aspreno è il primo vescovo di Napoli (guarito, battezzato e consacrato da San Pietro), guida spirituale della primissima comunità cristiana per una ventina d’anni, all’epoca di Traiano e Adriano, come testimoniato dal Calendario Marmoreo di Napoli (un documento eccezionale per conoscere dati altrimenti sconosciuti per la Chiesa napoletana). A lui furono dedicate questa chiesa e una cappella nella primitiva Basilica di Santa Restituta: è il santo cui si rivolge chi soffre di emicrania (avete capito da dove viene l’aspirina?).
Nell’VIII secolo con ogni probabilità viene quindi edificata la Chiesa a lui dedicata, edificio che verrà abbellito con numerosi elementi architettonici marmorei (restano oggi della decorazione altomedievale due transenne marmoree strepitose di IX/X secolo) e che non conosciamo se non per qualche (come dicevamo) tardiva compilazione o per qualche testo a partire dal ‘600 (uno stravagante libro di tale Sigismondo Sicola, personaggio che pretendeva di essere addirittura discendente del santo…): tutto sommato sembra essere una chiesa periferica e gli stessi studiosi non se ne occuperanno mai dettagliatamente. Sappiamo solo che nel ‘600 verrà restaurata a spese di un privato (un mercante, tale Perrella), che la abbellirà con numerosi stucchi, marmi e l’apertura di un lucernario ai piedi di uno degli altari, trasformando per sempre il piccolo edificio altomedievale. Almeno appunto fino al Risanamento, quando la chiesa verrà demolita e ricostruita con un orientamento diverso (praticamente al contrario), e al suo interno verranno raccolti gli elementi architettonici e decorativi (pilastri, pilastrini, urne cinerarie..) che intanto stavano emergendo dal sottosuolo: i lavori per la prima volta delineano in maniera più precisa questa parte della città: al di sotto del palazzo, per meglio dire nella realizzazione delle fondamenta, vengono rinvenuti i resti di quello che era uno degli impianti termali di Napoli di età romana e, oltre ad un muro vengono scoperti resti di pavimentazione musiva, resti di vetri, di un calidarium e di un altro muro che correva alle spalle di un altro ambiente ben più conosciuto dagli archeologi napoletani: vale a dire l’ipogeo individuato dalla leggenda quale “dimora” di Sant’Aspreno, posto al di sotto della “nostra” chiesetta.
L’ipogeo era già conosciuto sicuramente nel ‘600 (in precedenza non ci sono citazioni documentate), quando viene descritto in maniera colorita ma abbastanza precisa proprio dal già citato Sicola (1696): lo si raggiungeva scendendo 13 gradini posti a destra dell’altare. Lasciamo per un momento parlare proprio lui: “l’Antro…che si vede formato à volta di lamìa con alcune aperture, cagionate dall’antichità. La sua lunghezza misurata è di palmi 29, di fondo palmi 12 e alto dal suolo palmi 11”9 (vale a dire circa 7,50m x 3m x 3)”. Il luogo è quindi, come emerso da indagini archeologiche, un ambiente ricavato dal corridoio di un impianto termale databile agli inizi della nostra era, chiuso a sud e a nord con due muri che hanno precluso per sempre la vista del resto delle strutture termali: lo stato attuale del piccolo ambiente dedicato a Sant’Aspreno ha portato ad una datazione non oltre il X secolo, analizzando nel contempo la decorazione pittorica superstite e le cortine murarie, messe a confronto con quelle emerse dagli scavi lungo il corso Umberto, databili al VI secolo e opera di Narsete (non è certo questa la sede, o il momento, per addentrarsi in discorsi troppo tecnici!).
La piccola chiesa di Sant’Aspreno è aperta tutte le mattine almeno fino alle 12: non c’è bisogno di prenotazioni, non ci sono biglietti di ingresso, non ci sono certamente file da fare: spero di avervi incuriosito, e spero che qualcuno di voi trovi un po’ del suo tempo per dargli un’occhiata. E’ un luogo che io ho sempre definito magico, sospeso nel tempo: puoi entrare in chiesa, dopo un piccolo vestibolo costituito dalle colonne di recupero dell’antico chiostro della chiesa di San Pietro ad aram (altro delitto del Risanamento), indugiare fra i reperti altomedievali, emozionarti alla vista delle transenne di marmo, che replicano gli scintillanti tessuti orientali altomedievali, dono dei coniugi Campulo e Costantina, membri della elite ducale, e infine scendere 13 gradini, gli ultimi ancora rivestiti di marmo, e trovarti in un ambiente in cui abbracci con lo sguardo “appena” più di un migliaio d’anni: una finestrella tamponata da cui ancora nel ‘600 si vedeva il mare; quel muro in fondo, ancora parzialmente affrescato, e sognare pensando a cosa possa nascondersi a pochi centimentri oltre; guardare con stupore il piccolo altare, affrescato anch’esso, con l’apertura in basso, dove i fedeli di sant’Aspreno infilavano il capo e dove è ancora conservata una grossa pietra che la leggenda dice che fu portata al collo dal santo…e dove nelle mie indagini ho trovato ancora diverse monete lasciate in dono (alcune anche abbastanza vecchiotte); o, ancora, puoi guardare stupito il volto di un angelo superstite…col suo colorito pallido, le guance rosse e le piccole ali; la grande croce patente, i segni lasciati dalle centine di legno, i segni della colata unica di malta per realizzare la volta; i tendaggi, meravigliose repliche di quelli bizantini; pensare che a pochissimi metri da qui c’è una torre bizantina di VII secolo che nessuno vedrà mai, e al contempo arrabbiarsi pensando che, forse, qualcosa di questo meraviglioso racconto potevo essere mostrato nella nuova stazione della metro dell’università….piuttosto che onorare per la centesima volta Dante, raffigurandolo su una scala mobile.
Ma dappertutto c’è la serena tranquillità di un luogo di culto che, pare, divenne centrale nel microcosmo che doveva essere questo luogo, divenuto centrale nel piccolo abitato a ridosso delle “nuove” mura bizantine, nel quale compaiono addirittura alcune sepolture (in un certo senso è una cosa abbastanza ovvia considerando la sacralità del luogo). Un ultimo sguardo, prima di risalire: non riesco a non immaginare quell’amico napoletano di fine VI secolo, quel mio antenato che, magari per primo, fu sfiorato dall’idea di recuperare questi spazi e qualcuno di questi ambienti all’epoca vicinissimi al mare, senza purtroppo avere la possibilità di veder realizzato il suo desiderio…erano tempi duri, il VII secolo bussava alle porte e attendeva chi accettasse le nuove sfide. altrove, invece, un anonimo napoletano affrescava al buio della catacomba quella prima immagine di San Gennaro con il Vesuvio alle spalle gettando un ponte verso il futuro dimostrando l’incredibile capacità di Napoli di rialzarsi e ricostruirsi ancora una volta dalle macerie e dalla devastazione del vulcano. Ma questa, come diceva quel tale, è un’altra storia.
E noi? Noi oggi possiamo limitarci a sognare cosa possa esserci dietro il muro nord….in attesa di poter scavare e scoprire chissà quali meraviglie.
E se dietro quel muro ci fosse…..

About the author

Classe '78. In tasca una laurea in Archeologia Medievale e un diploma conseguito in Vaticano in Archeologia Cristiana. Un passato da calciatore, muratore e cameriere. Un presente da chitarrista e spacciatore di chitarre e strumenti. Appassionato di calcio ma soprattutto di Napoli e della sua storia. A volte sogna di essere Duca di Napoli nel IX secolo. Per Idea Napoli cura la rubrica "Medioevo napoletano"

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