Luoghi non comuni

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L’azzurro è l’unico colore che fa la differenza


(foto Reuters)

Quando torni allo stadio dopo la sosta e dopo che hai perso per influenza la partita col Verona, non sei in crisi d’astinenza. Di più. Se poi ci mettete che si gioca il giorno dopo che qualcuno pensava di aver effettuato il sorpasso, anche in maniera discutibile, a quanto pare, beh! La voglia di tornare al San Paolo è ancora più forte. Oggi, però, avevamo in curva degli amici speciali, alla loro prima partita del Napoli, alla loro prima volta allo stadio, alla loro prima esultanza da “napoletani” in terra straniera. Oggi in curva con noi avevamo sette ragazzi, minori stranieri soli in Italia, ma accompagnati da due educatori tifosi DOC e me che ho cercato di farli sentire a casa, nonostante tutto. Erano i ragazzi di Casa Ariel, una comunità di accoglienza di Caserta gestita dal Cidis, ente per cui lavoro anche io, nella mia vita ufficiale. Ebbene, oggi non posso che scrivere pensando a loro e a come ci hanno sbattuto in faccia tutti i motivi per cui ogni maledetta domenica decidiamo di trascorrere ore sugli spalti, andando anche contro i nostri compagni e compagne, incastrando turni di lavoro e appuntamenti di piacere, sperando che non ci siano anticipi o posticipi improvvisi altrimenti crolla tutto l’incastro. Guardavo loro e capivo perché io ero lì.

Erano un concentrato di bellezza, entusiasmo, felicità per dove stavano, per quello che vedevano, per quello che sentivano. Ho visto Mobin ridere a crepapelle per tute le cose dette e sparate a raffica da Foffy, uno del gruppo che gli stessi amici storici ad un certo punto cercavano di zittire perché esausti dai millemila argomenti tirati in ballo senza senso e senza connessione con la partita. Oggi è passato dal racconto di Lucchese-Napoli 2-2, raccontando fiero di non ricordarsi neanche un goal ma di aver fatto un’invasione di campo ripresa da Rai3, alla tabacchiera di cui è innamorato che avrebbe visto dopo la partita per spendere i  suoi 7 euro,  perché lui passa direttamente alla fase dell’amore. Così, senza un nesso. E Mobin lo guardava, chissà cosa capiva, ma rideva anche lui con noi. La voglia di condividere quel mondo anche senza capirlo fino in fondo, solo perché gli faceva brillare gli occhi.  Un po’ come facciamo noi ogni volta che ci arrabbiamo quando capiamo che c’è qualcosa di già scritto, che ci sono interessi economici più grandi di noi, che non ci vogliono più allo stadio ma ammaestrati davanti alla tv. E invece noi, pur non capendo fino in fondo questo mondo, ci ostiniamo a essere lì, ad andare in direzione contraria, e a condividere la parte bella del calcio.

Ho visto Bakary impazzire sul goal del pareggio. L’ho visto andare avanti e indietro dicendo “Forza NapolI”, dando pacche sulla spalla a sconosciuti ed arrabbiandosi a ogni fallo subito. Ditemi che voi non lo avete mai fatto?

Ho visto Shadin farsi un miliardo di foto, guardandosi intorno come se stesse al luna park. Foto al campo, agli spalti, agli amici, a se stesso. Era importante trattenere tutto e non tralasciare nessun dettaglio. Conosco persone che da anni, decenni calcano i campi di tutta Europa e ancora fotografano risultati sul tabellone, anche troppo presto nonostante la scaramanzia contraria, e registrano cori post-partita da risentire in momenti di astinenza.

Ho visto Abdoulie osservare serissimo tutta la partita, concentrato, come fosse una finale di Champions. L’ho visto partecipare alle foto degli amici, ma poi subito tornare con lo sguardo al campo, come fosse un osservatore di una squadra avversaria o della nazionale. Partecipava ai cori battendo le mani, quasi in automatico, diventando parte della curva, pur non amalgamandosi mai del tutto. Ditemi che non avete uno così nel vostro gruppo.

Ho visto Riyad fermarsi felice a fine partita per salutare gli azzurri sotto la curva, aspettare minuti interminabili prima di esplodere nel canto a difesa della città. Una città che lui sta cominciando a conoscere con gli occhi aperti sul mondo, per imparare e prendere tutto quello che può, proprio da quel mondo che già gli ha tolto troppo.

E hanno rappresentato anche le nuove leve, perché, diciamolo, hanno ringiovanito per un giorno un gruppo che ha avuto difficoltà anche ad abbassarsi quando gli ultras e la loro coreografia lo richiedevano, un gruppo atletico come la squadra di bowling del grande Lebowski. Alla seconda volta consecutiva, abbiamo assunto posizioni assurde, chi si manteneva la schiena, chi approfittava per sedersi del tutto e non alzarsi più, chi si lamentava del menisco, chi si appoggiava all’amico davanti, chi a quello di dietro. Una vergogna senza fine, ma per fortuna c’erano loro a risollevare la media di italiani troppo pigri e fuori forma. Un po’ quello che succede nel resto del Paese. In fondo lo stadio è anche una lente d’ingrandimento sulle dinamiche che accadono fuori.

La loro presenza è stata anche lo spunto per rispondere ad alcune domande di persone che non avevano mai visto un “minore straniero non accompagnato” da così vicino e commentavano quasi sorpresi: vanno a scuola, parlano italiano, sono educati, alla fine sono adolescenti come i nostri. Beh, su questa non sarei proprio d’accordo. I nostri forse non sarebbero sopravvissuti neanche dopo un quarto di quello che hanno dovuto subire e vedere loro durante il viaggio nel deserto e in mare, passando per le prigioni libiche. Forse non ce l’avrebbero fatta. E poi mangiano decisamente più cipolla.

Insomma, voi mi perdonerete se della partita non ho parlato per niente. Avrei potuto osannare il goal di Mertens, o commentare gli occhi secchi dei napoletani su Verdi, o darvi appuntamento domenica prossima a Benevento dove saremo più noi che loro tanto che un amico ha suggerito di farla al San Paolo che tanto siamo vicini e con l’incasso il Benevento si paga pure la stagione prossima. Avrei potuto dirvi del panino salsiccia e friarielli smezzato con l’amico emigrato a Verona, gentilmente offerto. Oppure dell’inizio partita “pronti-partenza-goal-bestemmia” alquanto traumatico, e della VAR che ci ha introdotto l’esultanza interrotta e l’esultanza in differita. Ma ho voluto parlarvi di loro, perfettamente in sintonia con noi e da questa partita nuovi tifosi del Napoli. A conferma che con loro ci sono ottimi educatori.

Un film meraviglioso sul calcio, “Il mio amico Eric”, con Cantona in veste di attore e di se stesso, mi dà le parole giuste per chiudere il mio racconto di Napoli-Bologna dalla curva B, deck 4 su cosa è il calcio per tutti noi, e adesso anche per loro: “Una cosa che ti riempie così tanto che per qualche ora soltanto riesci a scordare la tua vita di merda. Le partite sono l’unico posto dove puoi lasciarti andare senza paura che vengano ad arrestarti. Urli, fai il matto, ridi. Piangi anche. In quale altro posto puoi stare ore a cantare a squarciagola con gli amici?”

Questo, per me, il mio dono più prezioso che ho voluto condividere anche con loro.

 

 

 



Criminologa e operatrice sociale a tempo perso. Ama giocare con le parole ma anche a pallavolo, nonostante l’età. Ha le spalle protette dal Vesuvio e lo sguardo fisso sul mare. Così si sente a casa, o quando è in curva B al San Paolo. Per Idea Napoli cura la rubrica “Racconti in Curva”


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