Luoghi non comuni

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Lo spazio del pallone, e il tempo del tifoso


La grande bellezza

Lo confesso: sono un tifoso da divano e tv, e in più quando gioca il Napoli cerco di trovarmi qualcos’altro da fare.
Mi prende l’ansia, e non riesco a stare fermo. Preferisco uscire, mettermi a cucinare – e ogni tanto sbirciare, salvo poi paralizzarmi teso come una corda di violino davanti allo schermo se stiamo per battere un rigore a favore, o c’è un corner contro di noi…
Me lo sono spiegato con la scaramanzia: “Quando vedo la partita il Napoli perde, o al massimo pareggia, anche contro le squadrette. Anzi, specialmente contro le squadrette…”
Ma poi, a ragionarci, non mi è bastata come spiegazione. Va bene scherzare, ma pretendo di essere un razionalista, un sociologo che si ispira alla fenomenologia: deve esserci qualcos’altro.
E allora ho capito – forse – da dove viene la mia ansia, la mia irrequietezza. Con il cuore sono sul campo, con il cervello so di essere altrove. E questa dislocazione mi destabilizza.
Mi spiego meglio.
Per chi va allo stadio, la partecipazione all’evento è differente: certo, non è in campo, ma è lì, nello stesso spazio e nello stesso tempo della partita. Può far sentire il suo incitamento, tifare contro gli avversari… insomma, è lì.
Per chi guarda la partita da casa, il setting, se mi si passa il termine, è completamente diverso: la mediazione dello schermo produce una compresenza e nello stesso tempo una assenza peculiari, specifiche, tipiche del funzionamento dei media audiovisivi – cinema, fumetto, televisione naturalmente.
Tempo fa scrissi che il calcio è forse lo sport più “telegenico” che c’è, per il rapporto fra il campo di gioco e le riprese, e perché la partita di calcio è l’evento sportivo che assomiglia di più al film, sia per la sua durata (quella “classica”, circa un’ora e mezzo divisa in due tempi), sia perché lo spettatore vive al presente le vicende che vi si sviluppano, “integrandosi nel testo”, come nei film, caratteristica che i film prendono a loro volta dal racconto fantastico, quello che più di tutti attrae il lettore in una dimensione altra, sospesa, fantasmatica, onirica (Abruzzese, 2007).
E questo, aggiungo, è ancor più vero oggi, perché i progressi delle tecnologie delle riprese, la moltiplicazione delle telecamere sul campo, la perizia dei registi e degli operatori permettono un “montaggio in diretta” impossibile anni fa, che avvicina sempre di più la narrazione dello spazio/tempo della partita a quella del racconto cinematografico – e delle serie tv più raffinate, collocando di fatto lo spettatore a casa dentro l’azione, con gli occhi a contatto del pallone, dei piedi, del corpo dei calciatori. Per non parlare dei replay, naturalmente, che pure contribuiscono alla costruzione di una rappresentazione spettacolare unica, originale.
Questa condizione – che crea la grande differenza fra la partita vista in televisione e quella vista sugli spalti dello stadio – proietta lo spettatore televisivo in un universo altro, quello del cinema, che è vero, e nello stesso tempo non è vero, come il sogno (Albano, 1992). E, quando sogniamo, noi partecipiamo agli eventi che si svolgono, ma nello stesso tempo li subiamo, siamo spettatori inermi, anche se coinvolti direttamente…
Quindi, a vedere la partita in televisione, siamo dentro, in campo, ma consapevoli di esserne esclusi, solo spettatori impotenti.
Ma perché succede questo? È solo un fatto di partecipazione emotiva, affettiva, di tifo, insomma? O c’è dell’altro?
Qui mi viene in aiuto un nuovo settore di ricerca, quello delle neuroscienze, che studiano il modo con cui funziona la nostra percezione fisica della realtà esterna, quella in cui siamo immersi quotidianamente, e in particolare i rapporti che legano la percezione visiva e la lavorazione che il cervello fa degli stimoli che provengono dall’occhio – e che non a caso è stata applicata al modo in cui vediamo i film, con risultati estremamente significativi per spiegare il modo in cui il montaggio cinematografico produce effetti come la sorpresa e la suspence (Gallese – Guerra, 2015; Pecchinenda, 2017).
Da quello che ho capito, e cercando di non fare confusione, le cose stanno così.
Prima di tutto, noi umani, come i rettili, i gatti e altri animali, siamo attratti dal movimento, e lo seguiamo. Questa abitudine ci conduce a costruire nella nostra memoria dei “magazzini” di sequenze di gesti, movimenti, spostamenti, cui ricorriamo quando vediamo qualcosa muoversi, e che ci permette di anticipare, di prevedere i movimenti successivi di ciò che si sta muovendo davanti ai nostri occhi, riempiendo i vuoti della nostra percezione, ad esempio quando l’oggetto in movimento scompare dietro qualcosa per poi riapparire: in pratica, “intuiamo” il movimento che non riusciamo a vedere, e anticipiamo il movimento che seguirà. Questo avviene grazie ai cosiddetti “neuroni-specchio”, che ci fanno “partecipare”, specchiandoci nell’azione, al movimento che vediamo, come se lo stessimo eseguendo noi.
Il seguito del discorso vale – devo avvertire – in particolare per chi ha giocato a pallone, anche sotto casa, anche con una palla di stracci, e che quindi ha esperienza del dispositivo mobile fatto di campo-pallone-io-avversari-compagni. Che insomma può identificarsi con quello che avviene davanti ai suoi occhi.
Torniamo sul campo. Anzi, sulla nostra poltrona davanti al televisore, mentre vediamo la partita: seguiamo le azioni, come se le vivessimo, anche se non è vero. Avendo esperienza del gioco, sappiamo cosa aspettarci. Avendo esperienza del gioco della nostra squadra abbiamo ormai imparato come gioca, gli schemi, le azioni, i virtuosismi, le debolezze. I nostri neuroni-specchio fanno il loro lavoro: siamo lì ad assistere, a partecipare, se è la nostra squadra; aspettiamo, prevediamo, immaginiamo quello che avverrà un attimo dopo: il lancio, l’assist, il cross, il tackle, il dribbling…
E, quando l’azione si interrompe, soffriamo. Non solo perché abbiamo perso palla, ma perché quello che è successo non corrisponde ai nostri schemi mentali, a quello che abbiamo incamerato in memoria e che quindi ci aspettiamo, a quello che doveva necessariamente accadere: si crea una dissonanza fra le nostre aspettative e quello che avviene nella realtà. Meglio non guardare, pensare ad altro, e soffrire nell’attesa del risultato finale…
Però, fortunatamente, c’è qualcosa che ci ripaga della nostra sofferenza, e che ce lo regalano poche squadre, in questo momento: il Manchester City, forse ancora il Barcellona… sicuramente il Napoli: il guizzo imprevisto, la giocata da fuoriclasse, la scelta imprevedibile, che si aggiungono alla bellezza quasi “musicale” delle trame di gioco. Quel gesto atletico imprevedibile, geniale, che “libera l’uomo” perché vada in rete aggiungendo qualcosa di ancora non visto al repertorio e alla memoria collettiva del calcio giocato.
Quella che nel film è la sorpresa, che risolve la suspence che ci attanaglia durante l’azione e che nel calcio esplode quando il pallone entra in rete e ci permette di liberare la nostra emozione.
Succede, col Napoli di questi anni. Forse per questo le partite degli altri a volte annoiano: non succede mai niente di nuovo, è tutto già visto. Puoi solo sperare in qualche polemica o nello scatto isterico di un allenatore. Il resto è noia, grigia noia, il non colore che viene fuori dalla combinazione di bianco e nero.

Adolfo Fattori

                                                                                                                                                                                             

Bibliografia
Alberto Abruzzese, La grande scimmia, Luca Sossella, Roma, 2007.
Lucilla Albano, La caverna dei giganti, Pratiche, Parma, 1992.
Vittorio Gallese – Michele Guerra, Lo schermo empatico, Raffaello Cortina, Milano, 2015.
Gianfranco Pecchinenda, L’essere e l’io, Meltemi, Milano, 2017.




2 thoughts on “Lo spazio del pallone, e il tempo del tifoso

  1. Gaetano Ferrara

    Egr. Prof.
    Siamo amici da poco su fb, con tutto il senso vago ed etereo che ciò comporta. Cionondimeno ho trovato interessante il suo articolo, poiché non solo Lei ha descritto in modo onesto e chiaro un fenomeno del quale anche io sono spettatore/attore, ma mi permette di comunicarLe una mia teoria che coltivo da anni, che però ha bisogno della sensibilità e dell’apertura mentale che in Lei mi appare chiara e palese, per il modo e le parole che ,appunto, così sensibilmente Lei adopera e sceglie per comunicare quello che PENSA, liddove il PENSARE, ne converra’, è merce piu rara dei diamanti neri.
    Vengo al punto.
    Sono convinto che il mondo intero giri grazie alla sua infinita ed invulnerabile forza trainante: l’amore. Questa forza si manifesta sempre e senza, trabucchiane memorie, soluzione di continuità. L’assenza quindi di intervalli temporali fa sì che perché abbia l’amore un senso che sia da noi esseri umani percepito con il corpo, esista in quello che convenzione vuole noi chiamiamo sesso. Orbene, pur non volendo assolutamente assimilare l’amore con il sesso, pur ci dobbiamo fare i conti nelle ns fiammifere esistenze.
    La scienza avrebbe ultimamente scoperto che lo spermatozoo che fra miliardi ce la fa, che è notoriamente uno, in realtà è accompagnato da undici compagni che lo sostengono sino al suo destino, ovvero lo sfondamento e l’ingresso dello e nello ovulo, che è l’inizio di una nuova vita. Anche una partita di calcio è così. Undici giocatori formano la squadra che gioca insieme al fine di far entrare la sua palla nella rete. Mutatis mutandis, la palla rappresenta lo spermatozoo destinato ad entrare nell’ovulo, la rete. È , secondo la mia astrusa teoria, questo che rende il calcio così appassionante, poiché quando guardiamo la partita la nostra ancestrale memoria genetica ci fa identificare con la nostra squadra, e ci procura quella sensazione di indescrivibile micro-goduria quando fa gol. È una scena che seppur con ovvie diverse modalità, si ripete dentro di noi durante un atto sessuale: miliardi di spermatozoi (i tifosi) che tutti insieme desiderano raggiungere quel traguardo con la logica consapevolezza, che serve lo squadrone organizzato di undici eroi scelti, al fine di poter orgasticamente far entrare la palla in rete ed urlare GOOOOOOOOOOOLLLLLLL !!!
    Come Le sarà facile intuire potrebbero essere assai numerose le derivazioni logico-scientifiche della mia bizzarra teoria, ma una in modo secco e sintetico, proprio perché so che Lei ama il Napoli, maschile, come me e allo stesso modo Napoli, femminile, gliela devo dire e so che capira’.
    Il magico momento del Napoli, frutto della inesauribile passione dei suoi tifosi, che per motivi storici, se lo meritano tutto, fa sì che quando il Napoli gioca sta certamente facendo l’amore, cosa che alla juve non riesce più di fare poiché scopa troppo e da troppo tempo…
    La ringrazio dell’attenzione e attendo un Suo parere spassionato.
    Gaetano Ferrara

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    1. adolfo fattori

      Gaetano, nell’intervento, pieno di spunti. E ti dico: perché no? La tua idea è da sviluppare. A pensarci, sicuramente nella palla che entra in rete c’è una dimensione orgadtica, come il calcio (non l’ho scritto nrll’articolo) è secondo me la dal presentazione del confronto umano – specialmente moderno – contro il caso. Si può essere dei fuoriclasse, .a le probabilità che la palla entri in rete sono minime, ell’arco dei 90 minuti. Lo stesso vale per l’amore – e per l’accoppiamento, se ci pensi. Quindi, continuiamo a ragionarci. Però, LER carità, basta con wurl “Lei” con la maiuscola… 😉 a presto!

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