Luoghi non comuni

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Napoli-Atalanta come Guerra e Pace


Il tipo di “Guerra e Pace”…forse (foto Roberto Malfatti – foto copertina Alessandro Garofalo)

Allora, cominciamo ricapitolando le settimane appena trascorse: la qualificazione ai gironi Champion’s è nella nostra tasca, così come l’abbonamento per il campionato, i sorteggi sono stati fatti e, diciamolo, sono stati anche abbastanza fortunati, per questo ringraziamo la coppia Totti-Sheva, e chi lo avrebbe mai detto che lo avrei mai scritto, la prima di campionato con Giulietta ha confermato i suoi facili costumi e i nostri facili 3 punti. Ora ci tocca fare una cosa sola: inaugurare la stagione in casa con un avversario mica facile.

E non siamo stati smentiti neanche stavolta.

Per l’occasione la famiglia è al completo. Zii, cugini e nipoti: bimbetti di 5 anni alla loro prima o seconda volta, papà che hanno scoperto che le bottiglie non entrano ma i brick con dentro il vino sì e allora la prossima partita sarà molto diversa, zii che mi hanno svezzato nella curva opposta ben 31 anni fa e dopo 27 campionati sono tornati allo stadio, completamente a loro agio e ricordando i bei tempi. Sarà stato l’entusiasmo, la voglia di stare insieme, il terrorismo psicologico del “tutto esaurito”, fatto sta che siamo arrivati a cancelli ancora chiusi. Entriamo con una facilità che manco l’uomo invisibile, con gli spalti tutti per noi. Pace. Sorrisi. Casa.

Pian piano arrivano tutti, tranne quelli ancora in vacanza. C’è anche chi viene direttamente da Roccaraso, chi direttamente da Cagliari e chi direttamente da San Giovanni a Teduccio, come la sottoscritta. L’importante è l’obiettivo.

Nel pre-partita stranamente non si parla dei sorteggi, ma di Var si Var no, Pepe si Pepe no, caffè si caffè no, perché c’è chi l’ha portato shakerato e rigorosamente in brick anche quello. Sulla Var eravamo tutti d’accordo sul fatto che, come al solito, lo strumento potrebbe essere buono, ma l’utilizzo che se ne fa è discutibile: è diventato l’oracolo e l’arbitro ormai la chiede anche per sapere se ciò che dicono sugli spalti della moglie sia vero. Su Pepe ci sono varie versioni: mercenario e traditore o vittima anche lui dei giochetti senza rispetto del Presidente. E poi c’è una terza versione della persona più saggia del gruppo, anche se a vederlo non si direbbe: “A me non me ne frega più niente dei giocatori, chi viene, chi va, chi resta. Per me il calcio ormai è questa situazione qua: amici, chiacchiere, lo stadio, l’atmosfera. Poi possono fare quello che vogliono”. Con buona pace di chi stava litigando da giorni sulla questione.

Le tre ore d’attesa prima del fischio d’inizio volano velocemente. L’epic win del pre-partita resta sicuramente il tizio che in fondo alla nostra fila, bardato di sciarpa azzurra e basco, legge tranquillamente il suo libro da centinaia di pagine, come se fosse sotto un albero del bosco di Capodimonte. Peccato non essere riusciti a leggere il titolo, ma una cosa tipo Guerra e Pace.

Sarebbe stato un titolo perfetto per la gara che di lì a poco avremmo visto.

Primo tempo da incubo. Noi fermi, loro bravi a farci stare fermi, Maggio ha visto i mostri e Callejon lo aiutava a combatterli. La Var ci distrae sul primo goal avversario. Probabilmente aspettavamo anche i titoli di coda e i pop corn, nel frattempo loro tiravano il secondo angolo consecutivo e Cristante ci cresima in un istante. C’è qualcuno che crede sia il suo primo goal in serie A, abituato alla ciorta del Napoli, dimenticando che già gliene avevamo concesso uno. Hamsik è forse alla sua peggior partita, Zielinski è…Zielinski, parliamone. Ha fatto un numero pazzesco tra tre giocatori, poi più niente. Fino a quando l’amico accanto ha insistentemente chiesto di lui. Pesava di fare la battuta, lui. “Ma Zielinski non sta giocando? Ma ci sta in campo? Non ha toccato la palla! Ma ci sta?”. E allora quel povero ragazzo non ci ha visto più e quando è rientrato nel secondo tempo, appena ha avuto la palla buona, ha detto: “Nun me ne fott’! Chest’e pe’ te!” indicando l’amico accanto. E ha cacciato fuori un goal da fuori area dando un senso ad anni di esercizi nel riscaldamento. Ristabilendo anche gli equilibri in campo. A quel punto l’Atalanta ha fatto l’Atalanta, ma soprattutto il Napoli ha fatto il Napoli. E Sarri ha fatto l’allenatore cambiando ciò che non andava e ciò che poteva. E svolta fu. Via col secondo e via anche col terzo goal liberatorio. Tutti dedicati ai bimbetti che fino a quel punto, diciamocelo, si erano un po’ annoiati e hanno seriamente rischiato di non venirci più allo stadio, più per la nostra scaramanzia. E anche qui dobbiamo dire tutta la verità: sappiamo perché il primo tempo è andato così. Chi doveva stare al suo posto non c’è stato. C’è qualcuno che ha cambiato postazione solo per stare vicino a noi, abbandonando la sua solita fila, più su. Secondo tempo lui è tornato dove doveva e accanto a me ho avuto un’amica che dal goal del pareggio non ha più osato spostarsi, pena la sua incolumità fisica.

Quindi chiedo venia a tutti voi, dalla prossima sapremo cosa fare. Compreso l’abbonamento al compagno milanista che quando viene lui il Napoli vince sempre. Anche se ad un certo punto mi ha gridato nell’orecchio: “Cutrooooone”, spento da una guardata che manco la mamma di Lorelay Gilmore. Dobbiamo ancora lavorarci un po’.

Il saluto finale ai giocatori è stato soprattutto un’analisi approfondita di ogni minimo movimento dei muscoli facciali di Reina. Sta piangendo, non salta, Mertens l’ha richiamato, sta salutando, se ne va, è solo emozionato. Addirittura gli cantiamo “Resta con noi, Pepe Reina!”. Ma guaglio’, di più non possiamo fare. Se vuoi andare, vai. Noi non possiamo trattenerti con la forza. E se ti sei emozionato sotto la curva, bene. Noi siamo lì per questo. Tifare. Sempre e comunque. La maglia più che i giocatori, perché, come tu ci insegni, i giocatori vanno e vengono, l’importante è lasciare col cuore in pace. Se tu pensi di averlo, vai pure. Noi passiamo oltre, come abbiamo sempre fatto.

P.S. La mia dedica finale va ad un ultrà, uno solo tra tanti tranquilloni, che nella foga di mettere lo striscione, che poi ho scoperto dopo essere un tantino autoreferenziale, è stato delicatissimo nello spingermi mentre salivo di una fila per farlo passare, dicendo: “Signo’, a prossima volta ve la vedete nei distinti la partita!”. Questo sorriso è per te che sicuramente sarai stato a Gela, Acireale ecc ecc. Ma che ora puoi sentirti padrone solo del tuo spicchio di curva. E noi te lo lasciamo credere come si fa con i figli che credono che la loro stanzetta sia tutto il loro mondo, per poi far entrare la mammina a mettere in ordine e renderla un luogo bello e accogliente.



Criminologa e operatrice sociale a tempo perso. Ama giocare con le parole ma anche a pallavolo, nonostante l’età. Ha le spalle protette dal Vesuvio e lo sguardo fisso sul mare. Così si sente a casa, o quando è in curva B al San Paolo. Per Idea Napoli cura la rubrica “Racconti in Curva”


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