Luoghi non comuni

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Napoli nel mito del padre


La mappa che vi guiderà lungo tutto il percorso della mostra

Sapete perché il ciuccio è il simbolo del Napoli?

E sapete perché si dice ciuccio ‘e Fichella?

E sapete qual è il record di abbonamenti del Napoli e in quale anno? E dov’era il primo stadio e come si chiamava? E, ancora, sapevate che la maglia del Napoli è stata anche a strisce bianche e nere?

Ecco, quest’ultima cosa è quella che mi ha sconvolto di più. Molte altre le conoscevo, ma è sempre divertente farci coccolare da foto, cimeli, video, ricordi belli come i pochi, ma meritati trofei e quelli meno belli, come la maglia di Vidigal e Protti, con tutto il rispetto. Insomma, sono andata alla mostra “Il Napoli nel mito” al MANN e ne sono uscita con gli occhi carichi di bellezza. E la bellezza non era nelle cose esposte o, almeno, non solo. La bellezza, come diceva qualcuno, era negli occhi di chi guardava.

Un papà napoletano, emigrante e con sani valori genitoriali, con due bambini dal marcato accento settentrionale. Uno dei due, sugli 8 anni e non di più, davanti all’allestimento relativo agli anni d’oro, ha chiesto al papà se mai il Napoli di Sarri avesse vinto qualcosa, rivelando in una semplice domanda fatta con tutta l’ingenuità del bambino, quello che tutti in fondo pensiamo: “il Napoli di adesso è bell’, ma nun abballa.” O, almeno, non ancora. A ballare, invece, ci pensava eccome Armero! Praticamente in tutti i video in cui c’è lui, c’è una sua coreografia fatta per festeggiare un goal di Cavani o di Hamsik o di Maggio. Perché, sappiatelo, un tempo Maggio segnava e lo ricordiamo quasi con nostalgia alla figlia adolescente di un amico, che è venuta con noi alla mostra. Comunque, tornando ad Armero, ricorderemo di lui, per sempre, il suo sorriso bianco e il suo sedere che si dimena forsennatamente a destra e a sinistra come manco al festival internazionale di salsa e merengue.

Mentre guardiamo i video ci ricordiamo esattamente tutti i goal, dove eravamo durante le partite, se allo stadio o altrove, in treno con una linea precarissima o dal fratello a Torino per la comunione del nipote, il freddo di Napoli-Steaua Bucarest o la caduta dai sediolini dopo il goal di Lavezzi a Manchester. Tutto. E improvvisamente capiamo quanto siamo malati.

Ma non siamo pochi. C’è anche chi, in preda a deliri ossessivi-compulsivi, prende il cellulare e fotografa tutto, dalla maglia di Bruscolotti ai parastinchi di Careca alle scarpe di Hamsik, evitando quelle del Pipita. E a proposito di quest’ultimo, il testo a supporto recita una grande verità: “Gonzalo Higuain, argentino a Napoli, poteva diventare una leggenda e, invece, si è accontentato di essere solo un giocatore.” Credo di conoscere chi l’ha scritto e a lei va il mio plauso per il coraggio della sincerità.

Non mi è sfuggito neanche il ragazzino che voleva assolutamente vedere gli eroi del suo tempo, mentre il padre spingeva per fargli apprezzare quelli dei tempi andati, in una lotta continua tra presente e passato, che è finita in una perla quasi filosofica: “Aspettamm’ o futuro, guaglio’! Che è meglio!” Amen.

Ma i visitatori più belli sono loro. Figlio sulla quarantina e padre sulla settantina, anche più. Il primo accompagnava il secondo tenendolo per mano, portandolo da una bacheca all’altra come fosse un viaggio a ritroso negli anni della sua vita. Il padre camminava a fatica, tanto che a un certo punto della traversata, arrivati al Napoli di Maradona, l’emozione lo ha sopraffatto e ha dovuto cercare una sedia per sedersi, per poi ricominciare a cuor più leggero dal Napoli di Mazzarri. Erano belli da vedere, era bella la loro tenerezza, la loro condivisione di ricordi e la loro intimità in quel pezzo di follia chiamata Napoli. Ed è stato facile per me rivedermi al fianco del mio papà, un bellissimo pazzo che nell’85, all’età di 4 anni mi ha portato in curva e ha fatto in modo che negli anni io continuassi ad andarci anche per lui che, ormai, preferisce restare a casa.

Una delle verità più belle che come slogan caratterizza la curva è “di padre in figlio” e oggi l’ho toccata con mano. Andateci, se potete. E portate i vostri figli e andateci coi vostri padri, perché così non sarà solo una mostra di pezzi da collezione, ma un momento d’intimità e sana follia che concedete a voi stessi e a chi terrete per mano.




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