Luoghi non comuni

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Noi ci crediamo. A prescindere


Ma poi siamo sicuri che 10000 siano pochi?

Se la partita capita tra due sfide di campionato clou, quella contro il Milan e contro la Juve, in un martedì freddo e con la partita in chiaro in tv, con Fuorigrotta che è solo fuori senza più la grotta, con i prezzi non popolarissimi, in una fase in cui con un piede siamo già usciti, e questo per qualcuno sarebbe motivo per decretare la partita come inutile, mentre per me è esattamente il contrario, allora si capisce perché, arrivando un’ora e mezza prima dell’inizio, trovo uno stadio deserto. La tristezza mi prende? No, o, meglio, forse un poco, ma perché mi dispiace per chi non ha ritenuto importante esserci. La verità è che noi veniamo per la squadra e non per l’atmosfera. E la verità è che chi pensa che sugli spalti c’erano solo pochi scemi che hanno assecondato un calcio malato, allora non hanno capito niente. E vi spiego il perché.

Strade vuote. Da San Giovanni a Teduccio a Fuorigrotta, attraversando tutta la città, c’impiego esattamente mezz’ora, parcheggio vicino allo stadio incluso e acquisto gomme da masticare anti stress inclusi.

Zero fila all’ingresso. Praticamente mi hanno steso il tappeto rosso, lo steward mi ha controllato anche il colore dei capelli e degli occhi nella foto del documento, ho scambiato una chiacchiera fugace, ma piacevole con la hostess che mi ha perquisito rispetto al fatto che a quello prima di me avevano trovato un coltellino svizzero. Il ragazzo si è giustificato dicendo che era uno scout e l’aveva dimenticato. Ah beh, allora! Lo steward ha anche provato a fargli capire che, forse, se fosse venuto in calzoncini e calzerotti fino al ginocchio, forse, l’avrebbe anche fatto entrare. Io avrei tanto voluto vere questa scena.

Gruppo compatto e senza stese di sciarpe per prendere i posti. Relax, chiacchiere, sedere su due sediolini per i più esigenti. Talmente visibili e riconoscibili, perché circondati da sediolini vuoti che ci siamo guadagnati una foto dal campo da parte di una fotografa amica con megaobiettivo e un’altra dalla tribuna da parte di un traditore del gruppo che ha preferito l’accredito in tribuna. Ubi maior.

Nessun commentatore dell’ultima ora dietro la testa, nessun allenatore che sale in cattedra, nessun detrattore dello stadio brutto e dei bagni indecenti, nessuno che chiede a “Guaglio’ chi ‘o ‘e” se ha l’acqua naturale, lamentele su Hamsik ma con affetto e non come se si parlasse di un giocatore capitano di un’altra squadra, nessuno che mi ha chiesto con quale maglia giocasse il Napoli anche perché finalmente abbiamo tolto il pigiama a pois e messo la divisa azzurra.

L’unico commento che ci ha accompagnato per tutta la partita è stato quello del tizio una fila sopra, alla mia destra, con il suo insistente “ Fa’ fallooo!” in qualsiasi parte del campo fossero i giocatori avversari. Uno sportivo, uno leale, uno che ha scambiato il calcio col kickboxing. Rog l’ha preso subito in parola, ovviamente. Anche quelli dello Shaktar, tranquilli che l’arbitro non li avrebbe mai puniti.

C’è stato un gemellaggio con una coppia californiana alle nostre spalle: lui con sciarpa azzurra e maglia numero 10, pezzottissima, con il nome di Maradona; lei con un rossetto marcatissimo, bianca pallidissima che era nell’evidente fase “assecondiamo il boyfriend che non sto capendo nulla but it’s very funny!”

Mi è dispiaciuto solo vedere pochi bambini allo stadio. Anzi, forse neanche uno. C’erano i duri e puri e, probabilmente, i papà hanno risparmiato 35 euro per partite più “importanti”. Peccato, i bimbetti si sarebbero divertiti a vedere, soprattutto, il secondo tempo.

E, infatti, solo nel secondo tempo abbiamo capito che eravamo talmente pochi che sarebbe bastato chiederlo il goal per averlo. I giocatori ci avrebbero sentito. Così, cantiamo “Segna per noi, gonfia la rete” e Lorenzo finalmente ingarra il tiro a giro tanto provato e riprovato e riprovato ecc ecc. Poi io chiedo di fare il secondo perché dovevamo chiudere sta pratica ed ecco che Zielinski viene illuminato da un passaggio di Mertens. Il terzo è arrivato addirittura con la telepatia con doppia testata. Abbiamo anche potuto ammirare tacco e tunnel di Mario Rui. Non so se mi spiego.

Addirittura, abbiamo sfatato la sfiga della foto dell’amico di Verona, fatta prima del triplice fischio.

Insomma, noi alla fine cantiamo che ci crediamo. Ed è vero. Anche i giocatori lo sanno. Ora deve cominciare a crederci anche il Presidente e chi è rimasto a casa.



Criminologa e operatrice sociale a tempo perso. Ama giocare con le parole ma anche a pallavolo, nonostante l’età. Ha le spalle protette dal Vesuvio e lo sguardo fisso sul mare. Così si sente a casa, o quando è in curva B al San Paolo.
Per Idea Napoli cura la rubrica “Racconti in Curva”


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