Non ci sia quattro dopo questa tre – Idea Napoli

Non ci sia quattro dopo questa tre

Di Gomorra e su Gomorra si è detto tutto, forse troppo.
Quando si racconta il male nel modo in cui lo fa la serie firmata Sky, inevitabile che le polemiche montino un po’ ovunque.
Quando il male è di casa a Napoli, la sfilata di sociologi più o meno improvvisati che disquisiscono intorno agli effetti delle azioni dei personaggi sulla realtà si fa infinita.
Io non credo che le stese aumentino per colpa di Gomorra, come ha più o meno letteralmente affermato il sindaco De Magistris. Non credo che operazioni del genere abbiano un ruolo decisivo nelle dinamiche camorristiche.
Hanno la loro presa, senza dubbio. Come l’hanno avuta nel tempo film come Il Padrino o il Camorrista. Più che nelle dinamiche camorristiche, nell’ideologia di coloro i quali per un motivo o per un altro girano intorno alla camorra: ragazzini strappati alla scuola, giovani che vedono nel sistema camorristico una strada percorribile per il futuro. Aspiranti camorristi o presunti tali.
Se c’è una cosa vera su Napoli (o sulle metropoli come Napoli) è che il confine tra lecito e illecito è sempre molto labile, sottile. Cadere al di qua o al di la della linea di demarcazione può essere facilissimo, questione di attimi.
Non è Gomorra a determinarlo, non è Saviano a deciderlo.
Allo stesso tempo, però, credo la serie tratta dal libro dello scrittore napoletano abbia raggiunto il suo punto di non ritorno.
E’ il momento di fermarsi, per diversi motivi: la scena vista ieri, con Genny Savastano che ammazza sua fratello Ciro Di Marzio, è stata un crescendo di passione magistralmente interpretato da due grandi attori. Un punto esclamativo oltre il quale si rischia di far diventare il prodotto una soap opera, un racconto quasi macchiettistico di un sistema reale, tremendamente reale.
Genny, Ciro, Scianel, grazie alla popolarità del racconto cinematografico, stanno diventando persone oltre gli attori: ci sono pagine Facebook a loro dedicate (a volte condivise dagli attori stessi), sui social la morte del personaggio interpretato dal magistrale Marco D’Amore ha scatenato reazioni quasi di tenerezza.
Si rischia che il racconto di uno spaccato della nostra società si confonda troppo con la fantasia, snaturando la natura stessa del prodotto Gomorra.
Sarebbe bello, dopo un finale incredibile come quello di ieri, che Marco D’Amore, Salvatore Esposito, Cristina Donadio, insieme a Roberto Saviano e agli altri attori, agli sceneggiatori, dedichino un po’ del loro tempo al racconto di Gomorra e della camorra nelle scuole, all’esegesi della serie nei posti in cui i ragazzi sono confusi, non hanno la possibilità di scegliere tra il bene e il male.
Il pubblico, il popolo, la gente, chiamiamola come vogliamo, anche grazie a Gomorra è caldo e pronto a recepire un messaggio positivo oltre il crudo ritratto di una realtà che, fiction o non fiction, esiste e purtroppo esisterà ancora.
Sarebbe il pieno compimento di un libro e una serie che hanno contribuito a guardare al sistema camorristico e a tutte le mafie con occhi diversi, dall’interno.
Noi, ragazzi di Napoli, saremmo pronti ad accompagnare Roberto e gli altri, a far sentire insieme a loro la nostra voce.
Una voce di speranza nel futuro.
Anche grazia a Gomorra.

About the author

Giornalista pubblicista, amante delle parole scritte e della napoletanità pura. Sorride e si emoziona con i film di Totò e Troisi, sogna con la musica di Pino Daniele. Per Idea Napoli scrive "Racconti".

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