Luoghi non comuni

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Regio Augustale


Anno 573
Il nostro amico è ormai un po’ in là con gli anni, la gioventù pare essere un ricordo, a circa 60 anni. Arrampicato sullo scalone del tempio degli antichi dei pagani sa che un altro momento di vitale importanza sta per arrivare: s’è rifugiato lassù, dove da bambino andava a guardare l’iscrizione in greco sul frontone, dove restava incantato a favoleggiare su Castore e Pollùce, e su quegli dei vendicativi, bizzarri e fondamentalmente umani. Suo nonno conosceva ancora un po’ il greco, e gliel’aveva insegnato. Sapeva che quella iscrizione parlava di due ex schiavi che avevano avuto così tanti soldi da poter costruire un tempio così imponente. Altri tempi, altro stato, altri uomini, forse. Quanto doveva esser bello poter contare su uno stato che ti garantiva stabilità, forza, pace. “Diamoci una mossa”: le navi che vede all’orizzonte non promettono nulla di buono. Scende le scale con qualche fatica, le ferite dell’assedio di Belisario fanno male, quando fa freddo ed è così umido. Si avvia verso la chiesa nuova dedicata a San Lorenzo, dove i napoletani sono in attesa che arrivi, c’è da discutere, c’è bisogno di capire come organizzare la difesa, come organizzarsi a porta Ventosa, da dove, è certo, gli invasori provenienti forse dall’ex provincia Africana tenteranno l’assedio. È un frastuono incessante, non si riesce a capire una sola parola. Cerca di calmarsi, guarda il mosaico che i ragazzi stanno realizzando: è davvero splendido. “guarda quella colomba, speriamo porti davvero la pace”. Quanto gli manca Narsete: il vecchio generale che aveva riportato la “pace” s’è fermato a vivere qui gli ultimi anni. È stato richiamato a Roma: nonostante gli anni rappresentava un punto fermo per tutti. I più giovani lo ammiravano per le storie che raccontava, gli occhi brillanti al ricordo delle campagne militari. Per i meno giovani rappresentava un punto fermo, a cui guardare nei momenti di difficoltà che in questo interminabile VI secolo sembrano non esaurirsi mai.
Un colpo secco, un’urna che cade sul pavimento, gli occhi su di lui.
Silenzio.
La Regio Augustale saprà difendersi?

Insistere, resistere, segni e contrassegni.
Se il decumano superiore tradiva una sua vocazione “artistica” e “religiosa”, l’affollato decumano maggiore è più o meno da sempre la culla della napoletanità più sfrenata e verace, ricca com’è (e com’era) di umanità varia, di chiassose botteghe, di una infinita fila di turisti immancabilmente dotati di qualcosa da mangiare. Avviciniamoci alle mura, e mettiamo in moto la fantasia: c’è tanto da vedere, tanto da raccontare (sempre con i limiti di un racconto su internet e senza pretese eccessivamente “erudite”), e tanto da immaginare. L’area occupata oggi da Castel Capuano conosce nel corso dei secoli diverse tipologie di utilizzo e finalità: in età greca e poi romana, viene installata qui una necropoli che si estendeva a quanto lasciano ipotizzare gli scavi archeologici del secolo scorso fino all’area di Forcella e porta nolana, mentre nell’area dove sorgerà il castello vero e proprio pare dovesse trovarsi il Gymnasium della città, il luogo cioè dove i giovani si allenavano per i giochi. Caduto in disuso l’utilizzo sepolcrale dell’area, probabilmente intorno al I o al II secolo d.C., e più avanti perdendosi anche il ricordo “ludico” che doveva avere l’area, tutta la zona diviene progressivamente marginale, trovandosi fuori dalla cinta muraria e tornando a pieno titolo nella storia della città solo nel XII secolo, quando i nuovi padroni normanni suggelleranno il loro potere con la costruzione dell’austero e fortificato maniero a ridosso delle mura, residenza negli anni del loro (breve) regno. La costruzione voluta da Guglielmo il Malo e realizzata dall’architetto Buono ha attraversato quasi mille anni fra trasformazioni e finalità di utilizzo che ne hanno completamente stravolto le originali forme: già in età angioina verrà utilizzato pochissimo, vista la realizzazione di Castel Nuovo in una zona urbanisticamente “vergine” verso cui poi si cercherà di spostare l’asse della città nei secoli finali del Medioevo, anche se c’è da sottolineare che alcuni personaggi illustri come ad esempio Francesco Petrarca nel 1370 verranno ospitati proprio qui, mentre sempre in Castel Capuano, il 23 agosto 1432 morì assassinato il favorito della regina Giovanna II Sergianni Caracciolo, mandato a morte dalla stessa sovrana. La situazione si accentuerà ancor più in età aragonese, quando ci si limiterà a pochi interventi di restauro sia degli ambienti interni che delle mura esterne del castello, andando fortemente a mutare la fortezza normanna. Infine, in età vicereale, il viceré don Pedro de Toledo riunì tutte le corti di giustizia sparse in diverse sedi in tutta la città, e cioè il Sacro Regio Collegio, la Regia Camera della Sommaria, la Gran Corte Civile e Criminale della Vicaria e il Tribunale della Zecca. Per adattarlo alla nuova funzione, il castello fu trasformato nel 1537 dagli architetti Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa, eliminando tutte le strutture tipicamente militari e fu modificato nei suoi spazi interni, mentre i sotterranei furono destinati a prigione dotata di attrezzatissime camere di tortura: il toponimo “Via dei Tribunali” risale proprio a questa fase ma, anticamente, la via era conosciuta come “Augustale”, un termine che lascia poco spazio all’immaginazione e ci fa capire l’importanza che aveva il nostro decumano maggiore nel disegno urbanistico della città antica, “via del Mercato Vecchio” o, ancora, “Capuana”, come citato da Boccaccio e Petrarca. Superato il Castello (il più antico della città dopo il Castel dell’Ovo), immediatamente restiamo colpiti dall’incredibile capacità di mescolare in maniera così imprevedibile e sorprendente le varie epoche: in primis l’età greca, che si vede ancora ben visibile solo nel tracciato della via che, così ben conservato nella sua interezza, cambia solo in età medievale quando si cominciano a realizzare costruzioni più alte in sostituzione di quelle antiche, delle quali spesso vanno semplicemente a prenderne il posto, insistendo sulle strutture preesistenti. Ecco allora la Chiesa di Santa Maria del Rifugio, nata inizialmente come palazzo nobiliare Quattrocentesco (resta solo il portale), e poi trasformata in chiesa, con un bella finestra barocca aggiunta successivamente; ecco una interessante finestra d’età medievale di un ignoto edificio, anch’esso poi trasformato in chiesa, ecco l’Ospedale della Pace, in origine palazzo nobiliare del favorito della regina Giovanna d’Angiò, Ser Gianni Caracciolo del Sole, poi trasformato in lazzaretto e oggi insistenza “per definizione”, visto che oggi vi trovano più o meno adeguata sistemazione i locali del comune. Nella chiesa adiacente, invece, un classico esempio di apertura tutta napoletana alla diversità culturale e religiosa: è infatti sede della comunità di rito cattolico ucraino (entrare e vedere un sacerdote girato di spalle in una nuvola d’incenso è molto suggestivo). Pochi passi e raggiungiamo il Pio Monte della Misericordia.
Nato come istituzione benefica laica tra le più antiche e attive della città, ospita al suo interno una chiesa seicentesca dov’è conservata la tela delle Sette opere di Misericordia del Caravaggio, tra le più importanti pitture del Seicento, ed altri prestigiosi dipinti dello stesso secolo appartenenti alla scuola napoletana. L’ente nasce, almeno come idea di partenza, ai primordi del ‘600 per volontà di sette giovani napoletani che erano soliti preoccuparsi di procurare fondi per assicurare cibo ai bisognosi: nel 1602, accresciuti i fondi del primitivo ente, fondarono il Pio Monte della Misericordia, preoccupandosi subito di costruire, pur se l’ente nasce e insiste ad essere del tutto laico, una prima chiesa nella quale trova subito posto una delle più straordinarie opere del Caravaggio, così tanto piaciuta ai committenti da ricevere come conditio sine qua non per il compenso pattuito la sua permanenza in loco. Per le “Sette opere di misericordia”, opera con la quale il Caravaggio riscrive le regole della futura pittura ricevette 400 ducati, come testimoniato dalla ricevuta del pagamento che si conserva ancora qui.

 

Posta di fronte il Pio Monte troviamo la piazzetta Sisto Riario Sforza, interessante perché rappresenta un interessante slargo “scenografico” affacciato sul transetto del Duomo (sul quale torneremo prima o poi), e in cui trova spazio il primo obelisco cittadino ad opera di Cosimo Fanzago; interessante anche il palazzo Caracciolo di Gioiosa, con il bel portale durazzesco.
Dopo aver attraversato Via Duomo incontriamo la Cinquecentesca chiesa dei Gerolomini, interessante soprattutto perché al suo interno c’è, per antichità, la seconda più antica biblioteca italiana. Dal mio punto di vista è dopo questa chiesa che inizia la parte più interessante della via, quella che più di ogni altra restituisce ancora quella sensazione di insistenza e persistenza degli antichi greci e romani, di capacità di mescolare l’antico al moderno tipico di Napoli. Me ne accorgo dagli spigoli dei palazzi, dalle pietre sconnesse del fondo stradale, dai monumenti. Me ne accorgo quasi, a volte, dalle facce che vedo qui: alcuni sembrano davvero discendenti degli antichi napoletani, degli orgogliosi napoletani del tempo che fu: siamo nei pressi dell’antica agorà greca, poi Foro Romano, in quella che oggi è piazza San Gaetano.

È qui che i napoletani si raccoglievano nei momenti di vita pubblica e civile in età greca (sorgevano qui le dodici fratrie che curavano il governo cittadino), è qui che accoglievano gli imperatori romani in visita, gli ambasciatori stranieri; è qui che in età tardoantica e ducale, al suono delle campane, si raccoglievano i napoletani per respingere gli attacchi degli invasori, innumerevoli, che cercavano di conquistare la città; è qui durante il periodo Angioino invece si riunivano e si svolgevano le funzioni amministrative dei sedili e del parlamento e, proprio sulla facciata del campanile della basilica di San Lorenzo Maggiore, sono ancora posti gli otto stemmi rappresentanti gli altrettanti sedili di Napoli: sedile di porto, sedile di Portanova, seggio del Popolo, sedile di Forcella, sedile di Montagna, sedile di Capuana. È qui che i rivoltosi di Masaniello si barricarono. Una insistenza che dura da secoli, 25 per la precisione, e che ci dà la misura dell’importanza del luogo.
È qui, infine, che ci immettiamo nella Regio Augustale propriamente detta: la denominazione di Augustale data alla regione e così ricordata in molti documenti a partire dal 935, scomparve intorno al 1330 sotto il regno di Roberto d’Angiò. In seguito troviamo che la regione prese il nome di Signa e la strada in parte ad Arcus e in parte ad mercatum veteris per il trasferimento delle attività commerciali, disposto da Carlo I d’Angiò, nell’area posta in prossimità della chiesa del Carmine e della porta Nolana, corrispondente all’attuale piazza Mercato (non a caso): era costituita, in linea di massima, dagli edifici posti ai lati dell’odierna via Tribunali nel tratto compreso dall’incrocio tra le attuali via Nilo e via Atri fino all’incrocio con via Duomo; in questi due crocevia vi erano anticamente due torri con sottostanti archi per il transito di persone e mezzi che si denominavano arcum cabredatum e arcum roticorum, di cui, pare, oggi restano solo il ricordo in alcuni toponimi e poco altro. La piazza è posta praticamente al centro del grande decumano, e presenta monumenti e attrattive per gli odierni visitatori, concentrati in pochissimi metri quadri come forse in nessun’altra parte del mondo: troviamo infatti, entrando in piazza, la statua di San Gaetano di Thiene (secentesca ma inaugurata solo nella seconda metà del ‘700), la Basilica di San Paolo Maggiore, l’ingresso di Napoli Sotterranea e, di fronte, la basilica di San Lorenzo Maggiore e l’ingresso agli scavi archeologici.
In questo luogo fu costruito, probabilmente in concomitanza alla fondazione di Neapolis (sono state trovate tracce di fondazione di V secolo a.C.), il tempio dedicato ai Dioscuri, letteralmente “i figli di Zeus”, i Castore e Polluce della mitologia greca: particolarmente venerati anche nelle città della Magna Grecia, dove erano venerati come protettori della poesia e delle arti, nelle città di mare in particolare acquisirono nel tempo il rango di numi tutelari dei naviganti. Del resto in una città marinara come Neapolis, era naturale che accanto ad Apollo e a Demetra Attica figurassero tra le patrie divinità anche i due intrepidi gemelli, legati al mare e cari a Poseidone.  La centralità del luogo ben presto fu ritenuta ideale per la costruzione di un tempio di tale importanza, che fu realizzato in forme e dimensioni particolarmente importanti: sei colonne e frontone triangolare completo di decorazione scultorea caratterizzavano il prospetto della facciata, elevata rispetto al piano di calpestio di diversi metri. Le figure convergevano al centro del frontone, dominato dai personaggi principali, i Dioscuri e la personificazione della pòlis, mentre agli angoli c’erano dei tritoni, e le personificazioni della Tellus (la dea Terra) e di Oceanus, accanto ad Apollo e Diana; fu poi ricostruito o restaurato nel I secolo d.C., probabilmente sotto Tiberio. Il tempio rimase in piedi nelle sue forme originali fino all’VIII/IX secolo, quando fu inglobato nella prima fase costruttiva della Basilica di San Paolo Maggiore, della quale poco o nulla conosciamo: la testimonianza di Giovanni Diacono (grande storico ante-litteram di Napoli), ci fa sapere che essa fu edificata dal console napoletano Antimo nel periodo del suo ducato (801-818); la costruzione, anche se definita ampia, doveva avere la stessa dimensione e tipologia delle chiese già esistenti di San Lorenzo e di Santa Restituta. Queste erano costituite da tre navate, divise da colonne di spoglio provenienti da edifici preesistenti, e abside semicircolare, mentre le navate dovevano con ogni probabilità presentare decorazioni ad affresco naturalmente andate perse. Ancora viva in alcuni la tradizione che attribuisce la costruzione della chiesa di San Paolo al ricordo delle due vittorie dei napoletani sui saraceni che avevano invaso la città (788 e del 789) entrambe correlate a date nelle quali si festeggia il santo, 30 giugno e 25 gennaio, giorni della commemorazione del martirio e della conversione di s. Paolo. Elemento caratterizzante di questa costruzione doveva essere il pronao del tempio con il frontone decorato e le colonne in ordine corinzio, e ancora rimase tale quando, nel tardo ‘500 fu ordinato un restauro ad opera dei padri teatini che realizzarono la Basilica nelle forme che conosciamo ancora oggi. Purtroppo il pronao e il frontone andarono persi a seguito di un tremendo terremoto che, nel 1688, devastò la città: di quel tempio che doveva certamente essere uno splendido esempio del nostro passato non restano oggi che due colonne, ancora orgogliosamente in piedi, segno e ricordo del tempo che fu, della maestosità che doveva avere quel luogo di culto. Infine, nel 1943 nel corso di un bombardamento aereo degli alleati, la chiesa venne gravemente danneggiata, in particolar modo il tetto e l’area del transetto, che crollarono quasi del tutto e, nel 1962, durante i lavori di ristrutturazione furono rinvenuti resti del primitivo tempio e anche un cimitero, probabilmente del ‘500. I torsi dei Dioscuri furono rinvenuti negli anni ’70 del secolo scorso in due nicchie disposte esattamente al di sotto delle statue di san Paolo e san Pietro che dominano l’odierna facciata: quasi a voler, in segno di disprezzo, dominare il passato e il suo paganesimo. A me invece piace pensare che tale sistemazione permise ai due santi cristiani di poter guardare in avanti poggiandosi con fiducia sulle spalle del passato.
Accanto all’area occupata dalla Basilica di San Paolo Maggiore troviamo l’ingresso di “Napoli sotterranea”, un lungo e tortuoso itinerario che conduce il visitatore nei meandri dell’antico acquedotto della città greco-romana (con una incursione nel teatro greco-romano) frequentato a lungo nel corso dei secoli fino alla seconda guerra mondiale, quando fu adibito a ricovero d’urgenza durante i bombardamenti.
Lasciamo questo lato della piazza e lasciamoci incuriosire dallo slargo che si apre di fronte: la Basilica di San Lorenzo Maggiore occupa interamente questo lato della piazza, con il suo carico di secoli di storia, arte, cultura. Fondata dal vescovo Giovanni II (539-559) su un preesistente edificio di epoca romana era costituita, come quella di San Paolo Maggiore, da un ambiente unico diviso in tre navate da sedici colonne di spoglio, otto per lato, con abside semicircolare e due piccoli ambienti laterali, il prothesis e il diaconinon, pavimentati con mosaici risalenti al VI secolo. La ricostruzione planimetrica della situazione originaria oggi è abbastanza chiara per i rinvenimenti effettuati in occasione dei lavori eseguiti, a partire dal 1954, all’interno della chiesa. In prossimità di questa chiesa ci fu, nell’anno 840, la tragica uccisione di Andrea, duca di Napoli, avvenuta per opera di Contardo in loco basilicae sancti Laurentii, qui ad fontes dicitur. L’ubicazione di S. Lorenzo ad fontes è molto controversa: per alcuni si tratterebbe di una cappella presente in prossimità dell’antica cattedrale Stefania, per altri della basilica di San Lorenzo in platea Augustale; i primi associano alla parola fontes uno dei battisteri, i secondi i bagni di S. Nostriano (sui quali torneremo prossimamente). Senza risposta resterà, almeno per ora, la curiosa appartenenza dell’edificio alla diocesi di Aversa, come testimoniano alcuni documenti concernenti la donazione della chiesa stessa da parte dei vescovi di Aversa Gualtiero e Giovanni nel 1234: infine, nel 1235, il pontefice Gregorio IX ratifica e autorizza l’edificazione di una chiesa dedicata a San Lorenzo, che sarebbe sorta sul luogo della preesistente basilica paleocristiana. L’attuale Chiesa, dunque, si inserisce nel generale programma religioso di stampo gotico che in circa un secolo vedrà prendere vita il Duomo, la stessa San Lorenzo, Donnaregina, San Domenico Maggiore, Santa Chiara, San Pietro a Majella. Anche se ci sarebbe tanto da raccontare sulle fasi edilizie della basilica, non è certo questo il luogo per farlo ma alcuni cenni vanno dati: il progetto sembra rimandare a quell’area francese da cui provenivano i nuovi padroni di Napoli, gli angioini che tanto daranno alla città in termini culturali, religiosi, artistici e di…gossip, con le due regine a farla da padrone quando si sarà al tramonto del loro regno. È quindi ovvio rapportare lo straordinario progetto dell’abside a quell’area geografica, anche se non c’è unanimità fra i vari studiosi circa l’attribuzione di questa parte della basilica anche se, per alcune analogie costruttive stilistiche con la chiesa di Santa Maria Donnaregina, l’attribuzione sarebbe da ascriversi proprio all’architetto francese che edificò quest’ultima, comunque ignoto tanto da essere considerata probabilmente a ragione unica nel panorama italiano. L’abside è caratterizzata da un alto presbiterio a costoloni slanciato da dieci pilastri polistili che aprono arcate dietro le quali scorre il notevole deambulatorio a volte a crociera, su cui a loro volta si affacciano nove cappelle, quadrate le prime due alle estremità e poligonali le altre che ruotano alle spalle dell’abside, disegnano un ambiente austero (come ci si aspetta da un edificio francescano) ma allo stesso tempo profondamente “secolare”: non posso non immaginare ogni volta che mi trovo a percorrerlo, una lunga sequela di uomini e donne abbigliati in fogge trecentesche, con velluti morbidi e caldi, discutere di amori, politica, letteratura. A proposito: è interessante ricordare che fu proprio qui che Boccaccio incontrò la “sua” Fiammetta…e una statua dell’illustre toscano campeggia ancora oggi all’esterno della Basilica non a caso. La navata, invece, è certamente opera di maestranze locali che, in ogni modo, avevano recepito le direttive architettoniche del (o dei) progettista ma adeguandole ad un gusto leggermente più “italiano”: naturalmente ciò che vediamo oggi è frutto di lunghi restauri, perché fu tutto rivestito, nel corso del Settecento, da una valanga di stucchi e marmi policromi che ne avevano deturpato quasi irrimediabilmente le strutture originali. Di quella fase resiste ancora la prima cappella a destra, che ci fa intuire come doveva apparire l’intero edificio. Usciamo dalla basilica, non senza averne sfiorato il portale ligneo originale del Trecento (incastonato in una facciata così tanto barocca da provocare un capogiro per l’incongruenza) e aver dato uno sguardo al massiccio campanile che, a guardia del convento nel corso dei secoli, ha protetto frati, rivoltosi, criminali: oltre alla statuetta del Boccaccio, sulla sua facciata compaiono ancora i simboli dei Sedili della città, il luogo in cui veniva amministrata. Gli stemmi dei seggi sono, a partire da quello in alto a destra: il cavallo (simboleggiante il sedile del Nilo), la figura umana (sedile di Porto), la porta d’oro (sedile di Portanova), la P (che sta per Populus, sedile del Popolo), la Y (sedile di Forcella), l’immagine dei monti (sedile di Montagna) e infine, in alto a sinistra, un altro cavallo (in rappresentanza del sedile di Capuana). A sinistra del campanile, a pochi metri, via San Gregorio Armeno con le sue storie, i suoi pastori, il suo ruolo da scoprire, raccontare e definire ancora in massima parte. Fermiamoci ancora un attimo, per ammirare il portale quattrocentesco del convento, che rappresenta anche la via d’accesso attraverso cui scendere nel sottosuolo per visitare gli splendidi resti dell’antico mercato di Napoli, di età greco-romana: come dicevo all’inizio di questa passeggiata (stavolta più lunga del solito vista l’enorme mole di storia), è qui che si concentra l’essenza più pura della Napoli che fu. Una insistenza prolungata e orgogliosa, una resistenza di cultura, arte e oggi archeologia che nessuno al mondo può neanche lontanamente vantare. La struttura antica si presentava al centro di un colonnato circolare che presumibilmente doveva ospitare una fontana, un po’ come accade a Pozzuoli nel cosiddetto Tempio di Serapide mentre in corrispondenza dei lati dell’attuale chiostro, si aprivano dei porticati con ambienti sul fondo, destinati a bottega. Il macellum era organizzato a terrazzamenti, adattandosi alla particolare conformazione del terreno. Si aprivano alcune botteghe commerciali e forse è da individuare qui anche l’antico Aerarium, dov’era custodito il tesoro cittadino. Gli scavi hanno riportato alla luce forni che non sembrano così diversi da quelli tuttora in uso nelle pizzerie che si affacciano ancora su questa stessa strada. Anzi, ricordo un aneddoto divertente dell’inizio degli anni ’90: iniziavo timidamente a bazzicare questi luoghi, e ricordo che fra i visitatori c’erano anche diversi pizzaioli che, quasi con orgoglio, venivano qui ad ammirare le botteghe e i forni che piano piano emergevano dal sottosuolo: come se avessero trovato sé stessi, come se avessero riconosciuto l’appartenenza in maniera definitiva e totale con questi luoghi. È qui che, citando chi ne scriveva a fine Ottocento e inizi Novecento, si potevano trovare i venditori di carne cotta, di focacce, di vino; è qui che c’erano le osterie, qui che si viveva, qui che si amministrava la vita cittadina.
Allontanarsi da qui è difficile, ma si fa tardi e dobbiamo necessariamente proseguire, alla ricerca di insistenze, resistenze e segni. La Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco si erge poco dopo piazza San Gaetano: l’edificio, d’età barocca, non presenta particolari elementi d’interesse, mentre il toponimo “ad Arco” ci riporta immediatamente indietro nel tempo e ci fa drizzare le antenne: esso deriva dalla presenza sul decumano maggiore, nel crocevia con via Nilo e via Atri, di un torrione di epoca romana (da alcuni ritenuto altomedievale), la cosiddetta torre d’Arco o Arco Barbato, aperto ai quattro lati da altrettanti fornici tramite i quali era garantito il passaggio. Al di sotto del torrione aveva sede il seggio d’Arco, suddivisione minore del sedile di Nilo. La torre dava il nome in età altomedievale ad una zona della città presso il decumano maggiore detta Regio de arcu cabredato, e fu abbattuta, pare, per volontà di Don Pedro de Toledo per allargare l’antica strada e permettere un più veloce traffico in direzione del nuovo Tribunale. Dell’arco resta davvero pochissimo: solo un minuscolo resto di uno dei muri, accanto alla minuscola chiesetta di Sant’Arcangelo a Segno, arrampicata su tre scalini e stretta in un punto che sembra aver qualcosa da raccontare.
Più o meno di fronte a questa ennesima chiesa, finalmente qualche memoria “laica”: Il Palazzo Filippo di Valois o anche dell’Imperatore di Costantinopoli e successivamente Palazzo Cicinelli, con il suo porticato (praticamente esempio unico a Napoli). Eretto in forme gotiche come abitazione di Filippo d’Angiò, principe di Taranto e imperatore di Costantinopoli, figlio di Re Carlo e fratello di Roberto, accorpò più corpi di fabbrica preesistenti con la creazione di una serie di portici gotici. In seguito passato alla famiglia Cicinelli, che lo restaurò dotando i portici di arcate a tutto sesto e ridecorandolo in chiave barocca, come peraltro si nota dalle finestre, inizi una lunga stagione di decadenza. Dell’antico complesso, rimangono superstiti la struttura del porticato e il portone centrale dell’età del principato; sulla sinistra, in alto, è presente un affresco del Trecento raffigurante la Vergine Maria. Nel cortile è collocato un bassorilievo marmoreo con lo stemma di famiglia (un’anatra e tre gigli). In età aragonese, ultimo momento vero di reale splendore per Napoli, i portici del palazzo durante ospitarono la nascente Accademia Pontaniana, il Porticus Antonianus, in quanto le riunioni erano presiedute da Antonio Beccadelli detto il Panormita. Tra i due tronconi del porticato vi sono due segni del passato particolarmente interessanti e a me cari. Incastonato a testa in giù nel muro del palazzo d’Angiò c’è uno dei motivi che mi hanno spinto da piccolo ad appassionarmi all’arte, all’archeologia, e al passato in generale: è ciò che resta di una lapide funebre di una sacerdotessa del culto di Iside. Ricordo ancora l’emozione di vedere questa lapide, ieri come oggi letteralmente nascosta da una cesta di calzini dell’ignaro venditore. Questa è Napoli, nascondere non (solo) per ignoranza ma forse anche e soprattutto perché è una città viva, e mai sarà una cartolina.
Accanto alla lapide e di fronte al seggio di cui in precedenza, poi, esisteva l’antichissima staurita dei Santi Giovanni e Paolo de regione augustale: oggi la cappella è denominata Santa Maria della Sanità ed è costituita da un invaso stretto e lungo tanto da far supporre che anticamente potesse esserci un vicolo in linea con la via S. Paolo. Le Staurite avevano funzione prevalentemente caritativa ed erano costituite da cappelle dove si celebrava messa e si raccoglievano offerte da utilizzare per maritare povere donne e aiutare gli indigenti, infermi e carcerati. Continuiamo nel nostro percorso, che oramai volge al termine: una carezza al campanile della Pietrasanta (che ormai conosciamo), uno sguardo alla chiesa e un passaggio accanto alla Cappella Pontano, capolavoro del rinascimento napoletano: completata nel 1492, fu commissionata da Giovanni Pontano nel 1490 a pochissimi passi dal suo palazzo (oggi non più esistente e sostituito nella prima metà del XX secolo dall’edificio della scuola Diaz) per dedicarla alla Vergine e a San Giovanni Evangelista e per adibirla a tempio funerario per sua moglie, Adriana Sassone, venuta a mancare il primo marzo del 1490. Il progetto è di dubbia appartenenza ma di sicura aderenza ai più squisiti canoni del rinascimento, e ne rappresenta uno dei migliori esempi napoletani: le forme serene, la porta d’ingresso, i volumi ispirati dalla tradizione classica, le iscrizioni (opera dello stesso letterato) che arricchiscono l’edificio, e infine il vero capolavoro, il pavimento maiolicato a formelle esagonali e motivi decorativi di grande effetto costituiti da ritratti, stemmi, iscrizioni, figure allegoriche di cui non conosciamo l’autore ma che potrebbero essere di artisti locali (un confronto con quelle di San Giovanni a Carbonara, più vecchie di qualche decennio, sarebbe utile). Infine, l’altare della cappella, con una nicchia con l’affresco della Madonna col Bambino e i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, probabilmente eseguito da Francesco Cicino, artista locale attivo a cavallo tra il XV ed il XVI secolo. Accanto, la chiesa Della Croce di Lucca, piccolo edificio barocco martoriato dagli sciagurati interventi edilizi per la costruzione del policlinico. In lontananza l’edificio di San Pietro a Majella, costruito alla fine del Duecento sul luogo dove sorgevano due monasteri femminili, uno intitolato a sant’Eufemia e l’altro a sant’Agata, su iniziativa di Giovanni Pipino da Barletta, conte palatino e maestro razionale della Curia, per volere del re Carlo II d’Angiò. Sotto la tutela dell’ordine dei Celestini il complesso fu dedicato al santo pontefice Celestino V, al secolo Pietro Angelerio da Morrone, e fu comunemente detta “di San Pietro a Majella” in ricordo del romitaggio del santo sulla Majella. Tale denominazione fu associata anche al conservatorio che, dal 1826, trova qui la sua sede: giungiamo quindi a Piazza Bellini, dove i resti delle mura greche indicano la fine di questa nostra escursione lungo il decumano maggiore: anticamente, infatti, è qui che le mura chiudevano l’antica città greco-romana e poi quella medievale, dalla quale si usciva attraversando Porta Donnorso che, nel X secolo, sostituì la più antica Porta Puteolana.
È stata una lunga passeggiata, alcune cose sono rimaste taciute per esigenze di spazio, alcune altre appena accennate, altre ancora tenute in serbo: c’è qualcosa, però, che abbiamo appena scorto, qualcosa di cui ho solamente accennato. Siamo partiti, abbiamo iniziato questo percorso, alla ricerca di insistenze, persistenze, e soprattutto segni: questi ultimi abbondano lungo il percorso. Segni d’età greca sotto Castel Capuano; segni della “grecità” nel tracciato ancora perfettamente riconoscibile della strada; segni del passaggio alle varie dominazioni; segni del tempo che si vedono come enormi cicatrici sulle cornici dei palazzi che ospitavano signori, conti, capitani, potenti uomini degli angioini; segni di archi che c’erano e oggi non sono più visibili; segni di strade, cancellate dalla voglia di una città di tenersi stretta, chiusa dentro le mura che solo in età ducale si allargheranno un po’. Ma noi eravamo alla ricerca di segni che ci riportassero immediatamente al ricordo di un evento. Al ricordo di una data. Di un momento preciso che segnerà in maniera inequivocabile la nascita di una città nuova, diversa, che saprà avventurarsi finalmente nel futuro (oscuro, denso di pericoli ma pur sempre futuro) piano piano in maniera autonoma: una data che segna un primo riscatto di una città e di un popolo sottoposto già a pesanti vessazioni all’epoca di Totila e che segna in qualche modo, per certi versi, un punto di non ritorno. Abbiamo sfiorato con lo sguardo quella che sembra essere una piccolissima chiesa, del tutto insignificante in termini artistici o di eredità monumentali, stretta com’è fra i resti di un arco che non c’è più, la chiesa del purgatorio ad arco, e i tanti altri resti, il chiasso dei venditori ambulanti, i ragazzini che giocano, i cuoppi di fritture, le caldarroste.
È la chiesa di Sant’Angelo a Segno.
Se l’attribuzione religiosa del piccolo edificio (Angelo, Arcangelo, Arcangelo Michele, c’è parecchia indecisione in merito) oscilla in diversi momenti e che non è sempre semplice (anzi, direi per nulla) riuscire a comprendere al meglio (molto poco aiutano i pochi e spesso oscuri documenti altomedievali) il tema religioso, risulta decisamente più semplice riuscire a delinearne il peso specifico nell’ambito della Neapolis ai primi vagiti dell’Alto Medioevo. In questo piccolo, trascurabile edificio religioso si legge (si deve leggere) la precisa volontà del popolo napoletano di celebrare un evento che aveva avuto un ruolo importante, determinante nella crescita di una città, Neapolis, certamente non ancora autonoma ma che all’autonomia ci stava lavorando: il Segno è il ricordo stesso di questo evento, e a dimostrazione che questo eccezionale accadimento doveva restare nella memoria collettiva dei napoletani, siamo ancora qui a parlarne.
Dunque, di quale evento stiamo parlando? Sappiamo che Neapolis, immediatamente dopo o quasi la caduta dell’Impero dovette fronteggiare per lunghi anni diversi assedi: siamo informati sulla conquista da parte dei Goti, sulle riconquiste da parte di Belisario e Narsete, sugli assedi e sulla partecipazione che il popolo napoletano dimostrò in queste drammatiche occasioni. Ma sono circostanze nelle quali Neapolis dovette, disabituata com’era ad avere una sua autonomia, un suo presidio militare, una sua stessa coscienza civica forse, chiedere aiuto ora a Bisanzio, ora all’occupante goto. C’è un momento, però, in cui la città prese coscienza di sé, un momento in cui dovette contare quasi esclusivamente sulle sue forze. Nell’anno 573, purtroppo le fonti non ci sono d’aiuto nel dirimere pienamente la questione, Neapolis dovette subire e sopportare l’ennesimo e non certamente ultimo assedio, l’ennesimo tentativo di conquista: le fonti parlano indistintamente di Saraceni, longobardi, africani, dimenticando o non conoscendo i fatti. Appare quantomai complesso capire di cosa si stia parlando: forse è un primissimo tentativo longobardo di allargare i propri possedimenti, ma forse nessuno riuscirà a fare chiarezza a pieno. Ci sono interventi di un Sant’Agnello ancora in vita, di un Angelo o un Arcangelo Michele apparso in cielo con la spada sguainata, un’orda di barbari che entra in città da Porta Ventosa (nella zona dell’attuale Via Mezzocannone) secondo alcuni, da Porta Donnorso secondo altri, e chi più ne ha, più ne metta. Ciò su cui le fonti sembrano concordare è la presenza di un segno, un simbolo, un contrassegno, che identificasse in maniera inequivocabile un luogo e il ricordo ad esso legato, e che servisse come memoria per i napoletani che avevano vissuto quell’evento, che portò alla vittoria contro l’invasore e contribuì in qualche modo a mettere un altro mattoncino sulla consapevolezza di potercela fare da soli, con le proprie forze. Un chiodo, un normalissimo chiodo in bronzo inchiodato in una tavola di marmo e posto all’ingresso di questo piccolo edificio, alla maniera degli antichi, doveva essere IL segno. Oggi purtroppo tale chiodo non è più esistente ma possiamo tuttavia apprenderne la storia per mezzo di un’epigrafe in latina posta sulla parete di destra in cui è letteralmente incastonato questo piccolo edificio.

A DIO OTTIMO MASSIMO
UN CHIODO DI RAME INFISSO IN UNA LASTRA DI MARMO, MENTRE JACOPO DE MARRA SOPRANNOMINATO TRONO, RACCOLTA UNA SCHIERA DI SOLDATI DALLE SUE CITTA’ IN IRPINIA E NEL SANNIO, VENNE IN SOCCORSO DI NAPOLI PRESA DAGLI AFRICANI E GRAZIE A SANT’AGNELLO, ALLORA ABATE PER VOLERE DIVINO E ALL’ARCANGELO MICHELE MERAVIGLIOSAMENTE SPLENDENTI TRA QUELLI IN PRIMA FILA, SOTTRAE LA VITTORIA AI VINCITORI DOPO CHE I BARBARI SONO STATI BATTUTI E SCACCIATI DALLA CITTA’ AL PRIMO ASSALTO. NELL’ANNO DELLA SALVEZZA 573, DEDICATO UN TEMPIO AL CELESTE PROTETTORE E DECORATO LO SCUDO GENTILIZIO DEL LIBERATORE CON LE INSEGNE DELLA CITTA’, A MEMORIA DELL’IMPRESA DOVE LA FUGA FU INIZIATA DAI NEMICI, SECONDO IL COSTUME DEGLI ANTENATI PER DECISIONE DEL SENATO A SPESE PUBBLICHE PER DECISIONE DELLA CURIA, REGNANDO PER LA SECONDA VOLTA CARLO II, LA PATRIA GRATA POSE COME PREMIO PER L’ANTICO VALORE”

Se i fatti sembrano essere abbastanza chiari, risultano molto meno chiare la committenza dell’opera e il momento storico in cui fu scolpito il marmo: che la Curia abbia avallato il monumento è riportato in varie fonti e non appare messo in dubbio, mentre è ipotizzabile che sia stato al tempo di Carlo II D’Angiò (“regnante per la seconda volta”) ad essere composta l’epigrafe.
Direi che possiamo davvero fermarci qui. Se ci passate davanti, degnatela di uno sguardo e dedicate un pensiero a chi ha reso possibile la libertà donando la propria vita: il chiodo, il segno, non c’è più. Il ricordo invece è immortale. L’ambulante al quale ho raccontato questa storia ha utilizzato una colorita espressione per trasferirmi tutto il suo stupore: lo racconterà ai figli, ha detto. Questo è quello che ognuno di noi dovrebbe fare: tramandare.

Anno 574
È trascorso qualche mese, quasi un anno, da quel mattino in cui il nostro amico entrò nella chiesa di San Lorenzo.
Il mosaico è ormai terminato, e sembra fatto davvero alla maniera degli antichi. I mastri mosaicisti venuti da lontano hanno fatto davvero un gran lavoro. Lì fuori, poco lontano, all’osteria nei pressi della Pietrasanta, un gruppetto di giovani e meno giovani fa da spettatore all’ennesimo racconto di quel giorno glorioso di qualche mese addietro, scolpito nella memoria di chi c’era, nei sogni di chi avrebbe voluto esserci, nel ricordo di chi non c’è più, caduto durante l’assedio di quei barbari corsi su da Porta Ventosa che neppure a distanza di tempo è chiaro chi fossero: per alcuni longobardi, per altri pirati (che abbondavano nel mediterraneo), per altri africani, discendenti vandali, chissà. L’importante è che non siano passati. L’importante è che i napolitani, con l’aiuto di un eroico e valente capitano giunto in loro soccorso, abbiano difeso e salvato Neapolis. Il nostro amico è qui, seduto ad un tavolo: con grande fatica si alza, sostenuto da un giovane di nome Maurenzio. Un ragazzino ambizioso, sussurra qualcuno. Forse troppo, dice qualcun altro. Il nostro amico, con addosso le cicatrici dell’ultimo assedio, che l’hanno azzoppato forse in maniera irreversibile per il resto dei suoi giorni, accetta l’aiuto del giovane. Fa freddo, è umido, il gelo entra nelle ossa. Maurenzio sorride, sicuro, fermo nella sua volontà: gli ha rivelato che sta studiando affinché le cose cambino per davvero. Basta padroni venuti da lontano, basta padroni imposti da un esarca che da Ravenna pretende di governare per noi. Il futuro di Neapolis è l’autonomia: l’unico modo per affrontare l’apocalisse che la caduta dell’impero Romano ha messo in moto. “Studia”, gli dice il vecchio napoletano, “E non dimenticare mai quel giorno”. Si salutano, con la promessa di rivedersi presto. Se vuole, sarà la sua guida. Il nostro amico si avvia verso casa: alla luce delle fiaccole sotto l’Arco Romano che immette nella Regio Augustale quel chiodo di bronzo scintilla. È commovente. Piove. Lacrime gli rigano il volto al ricordo degli amici che ha perso negli scontri. È morto anche il suo vecchio amico Narsete, forse ucciso a Roma. C’è tanto da fare ma la strada intrapresa è quella giusta.
Dio, che male alla gamba.

Ci sono cose che sono soltanto cose ed altre che sono anche segni,
tra questi segni alcuni sono solo dei segnali, altri dei contrassegni o degli attributi, altri ancora dei simboli
”.
(Sant’Agostino)

 



Classe ’78. In tasca una laurea in Archeologia Medievale e un diploma conseguito in Vaticano in Archeologia Cristiana. Un passato da calciatore, muratore e cameriere. Un presente da chitarrista e spacciatore di chitarre e strumenti. Appassionato di calcio ma soprattutto di Napoli e della sua storia. A volte sogna di essere Duca di Napoli nel IX secolo. Per Idea Napoli cura la rubrica “Medioevo napoletano”


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