Regio Marmorata

“Coppole pe’ cappiello, e casa a Sant’Aniello”
(basta poco, purché possa avere una casa a Sant’Aniello).
Esisteva a Napoli un luogo privilegiato, dedicato alla riflessione?

Prepariamoci ad un bel salto all’indietro e avviamoci verso uno dei luoghi meno conosciuti e allo stesso tempo sotto gli occhi di tutti i napoletani, in pieno centro. Siamo all’incirca in Piazza Cavour: l’antico Largo delle Pigne, alle spalle, il quartiere Sanità. Davanti a noi uno dei più terribili orrori della cementificazione della città, vale a dire l’orrenda ed ingombrante sequenza di palazzoni che nell’ambito delle ricostruzioni postbelliche andò a sostituire le basse palazzine che occupavano quegli spazi a ridosso delle antiche mura della città, che erano ancora visibili, lasciate opportunamente a vista e in parte visitabili. “Le mura? Qua?” Sulle antiche mura della città prima o poi ci torneremo, quello che ora dobbiamo fare è semplicemente alzare lo sguardo, provando ad andare oltre quel tremendo edificio scolastico. Lì dietro c’è un mondo, poco conosciuto, col suo bagaglio infinito di storia, storie, ricordi, pietre, mattoni, vescovi, vescovi africani, sante, grazie ricevute, grazie invocate, invenzioni agiografiche.

Neapolis, città greca per fondazione, romana per adozione, ducale per orgoglio e purtroppo spagnola per costumi ed usanze da troppo tempo, insiste ormai da un paio di migliaia di anni e oltre su quell’impianto ippodameo che in maniera chiara, ordinata e funzionale ha organizzato la città antica (e in sostanza anche quella moderna): è caratterizzata, lo sappiamo bene, dalla presenza di tre strade principali che si intersecano perpendicolarmente con una serie di strade: sono le platèiai e gli stenòpoi  d’età greca, e i decumani e i cardini d’età romana, le vie e i vicoli della città moderna. I decumani, a loro volta poi divisi in inferiore, maggiore, superiore, delimitavano in qualche modo anche una vocazione, una attitudine diremmo, una finalità di utilizzo degli spazi urbani che appare delinearsi da subito nel preciso “piano urbanistico” antico: ecco che il decumano inferiore (via San Biagio Dei Librai) si caratterizza per la vicinanza al mare, con attività quindi spesso ad esso legate; il decumano maggiore (l’odierna via Tribunali), luogo centrale della città, è destinato ad accogliere il foro, il mercato e le attività commerciali; e il decumano superiore (via Anticaglia/via Sapienza)? La terza arteria principale della Napoli che fu, che qui cerchiamo di raccontare brevemente, è la zona della città che da sempre mi incuriosisce di più: un tempo lontana dal traffico degli alessandrini e dei mercanti del mare, distante dal continuo bisbigliare del foro, dei venditori ambulanti e degli sfaccendati perditempo che giocano al Ludus latrunculorum sulle panchine (e oggi dai turisti che mangiano fritture e sfogliatelle come fossero perennemente affamati) è l’area dedicata all’arte, alla musica, alla riflessione, alla religiosità e alla spiritualità della città antica.
Proviamo ad addentrarci per “vichi e vicarielli”: attraversiamo Porta Capuana (poi ne parleremo) ed entriamo dunque idealmente nelle mura della città antica iniziando un percorso diverso dal solito, tralasciando via Tribunali e attraversando via Santa Sofia, via Santi Apostoli, Via Donnaregina, Via San Giuseppe Dei Ruffi, Via Dell’Anticaglia, Via Pisanelli, e infine Via della Sapienza, dove una breve deviazione ci porterà alla fine del percorso. Lungo il tracciato troviamo, tra i tanti edifici e monumenti, chiese di una certa importanza e valore artistico-storico, quali la Chiesa dei Santi Apostoli (tra le prime quattro della città insieme a Santa Maria Maggiore, San Giovanni Maggiore e San Giorgio Maggiore e fondata secondo la tradizione nel 468 dal vescovo Sotero forse sulle rovine di un tempio romano preesistente dedicato a Mercurio), la Chiesa di Santa Sofia (d’epoca bizantina, ma molte fonti concordano sulla fondazione dell’imperatore Costantino intorno al 308 d.C ), la Chiesa di Santa Maria Donnaregina (attestata a partire dal 780 come “convento di San Pietro del Monte di Donna Regina”, appartenente alle monache basiliane. Il convento era inoltre dotato di una porta difesa da una torre), la Chiesa di Santa Maria Donnaregina Nuova (sorta in sostituzione di quella “vecchia”), la Chiesa di San Giuseppe dei Ruffi e la Chiesa di Santa Maria Regina Coeli, oltre il sontuoso Complesso degli Incurabili con le chiesette annesse e la splendida farmacia al suo interno. Nei pressi, il romitorio di Santa Patrizia, imparentata con Costantino secondo la tradizione, sepolta nel monastero dei Santi Nicandro e Marciano e poi successivamente nella struttura di San Gregorio Armeno.
Mettiamo per un attimo da parte le chiese tardo medievali e rinascimentali, e proseguiamo in quello che un tempo era, potremmo dire, il “quartiere” degli artisti. Ciò che colpisce immediatamente è la irregolarità del tracciato della via, piuttosto alterato rispetto all’antico e rispetto alle altre due vie principali della città, che seguono un itinerario pressoché dritto e lineare: qui invece siamo di fronte a continue deviazioni, rientranze, sporgenze, pietre, mattoni antichi che sembrano quasi vivi e testimoniano l’eccezionale vitalità di Napoli. Saltano subito all’occhio, dopo poche decine di metri, due archi in opus latericium che, da quando ho iniziato a girare per i vicoli di Napoli alla ricerca di monumenti e ricordi meno famosi e meno conosciuti, mi hanno affascinato immediatamente: è ciò che resta dei contrafforti dell’antico teatro scoperto di Napoli (il teatro coperto, o Odeon,  è ormai quasi completamente perso, tranne che per poche tracce), una struttura che, narra la leggenda, vide esibirsi l’imperatore Nerone, desideroso di essere acclamato da un pubblico di intenditori come quello napoletano, eredi della tradizione teatrale e canora greca. Ma del teatro restano poche tracce, custodite all’interno di un cortile di un edificio residenziale nei moderni isolati compresi tra via Anticaglia, via San Paolo ai Tribunali e vico Giganti, invisibile dalla strada e difficilmente accessibile all’interno dei condomini: da un basso, ex proprietà di tale sig. Vittorio, e per la precisione da una botola sotto il suo letto (!) si può accedere a quello che era uno dei corridoi del teatro, probabilmente un ambiente adibito a spogliatoio, mentre, proseguendo nel sottosuolo si arriva all’arco che doveva molto probabilmente fungere da ingresso al teatro. Proseguendo ancora, si arriva nel cortile di un palazzo dove possono ancora vedersi i resti di quelli che erano gli spalti del teatro, inglobati, letteralmente fusi nelle strutture che nel corso dei secoli si sono succeduti in una soluzione tutta napoletana; sono ancora presenti i resti delle sedute in marmo, e non si può viaggiare con la fantasia al pensiero di chi si sia seduto lì, di cosa abbia visto, se abbia riso, o se si sia commosso alle rappresentazioni che si svolsero in questo luogo ininterrottamente, pare, almeno dal IV secolo a.C.: a questa data si fa generalmente risalire una prima costruzione del teatro scoperto, mentre i resti risalgono ad un restauro, ad un restyling diremmo, avvenuto tra I e II secolo d.C.. Si trattava di una delle strutture più rappresentative della città e un polo importante dell’attività civica, insieme all’Odeon, poco distante, in base alle ricostruzioni dell’antico assetto urbano dell’area sacra del Foro. Come tramandano le fonti (Svetonio, in particolare) nel Teatro dell’Anticaglia ebbero luogo i leggendari certami canori di Nerone: le fonti raccontano che questi, nonostante un violento terremoto, da lui valutato come “apprezzamento degli dei”, continuasse ad esibirsi, costringendo la popolazione a restare. Le sue esibizioni furono molte e riempivano ogni volta il teatro che sempre lo acclamava, anche se l’effettiva spontaneità degli spettatori è stata quantomeno messa in dubbio: lo stesso Svetonio parla di bombi, embrici e testi, cioè i vari modi di applaudire della claque dell’imperatore, ottenuta tra la giovane plebe in numero di cinquemila persone. Grandi lodi gli furono elargite dagli Alessandrini, che in città erano assai numerosi e che da Nerone furono rinfoltiti per la loro generosità critica. Anche il filosofo Seneca parla del teatro: nella lettera 76 delle sue Epistulae morales ad Lucilium dice che per andare alla scuola del filosofo Metronatte bisognava passare per la zona del teatro, definito da Seneca strapieno di gente al contrario della scuola, considerata dai più frequentata da fannulloni (pensate: una scuola di filosofia!). Nel generale dissesto del tramonto dell’Impero Romano d’Occidente, il teatro è letteralmente dimenticato dalla metà del V secolo d.C., quando cambiano le funzioni del sito: diviene una discarica (come spesso accade), viene smembrato e abbattuto per la realizzazione di nuovi edifici, trasformandosi lentamente fino a diventare un giardino, pare, in età angioina, arrivando fino al XV/XVII secolo quando è sopraffatto dalla costruzione di vari edifici sorti sulla cavea: è durante la dominazione spagnola che, per fronteggiare l’eccessivo popolamento della città, è consentita per legge (!) l’edificazione in qualsiasi punto della stessa. Da allora gli ambienti interni, sventrati dal vico Cinquesanti aperto dai Padri Teatini, sono adibiti a stalle, cantine, depositi e botteghe, finché nel XIX secolo le abitazioni sono abbandonate e i loro cunicoli dimenticati per lunghi anni, fino a pochi anni orsono, quando addirittura i suoi gloriosi resti verranno adibiti a parcheggio dei motorini dei residenti. Una ben poco gloriosa fine per uno dei monumenti che dovevano celebrare maggiormente la grandezza di Neapolis, “custode della tradizione greca”. Non è certamente semplice riportare all’antica gloria questi luoghi, tuttavia qualcosa si muove….la speranza è che diventi maggiormente fruibile.
Lasciamoci alle spalle le glorie canore di Nerone, i ricordi dei furbi alessandrini e il letto del signor Vincenzo e proseguiamo: da segnalare nei pressi ciò che resta dell’antichissimo monastero fondato da San Gaudioso in occasione del suo approdo a Napoli insieme, fra gli altri, a quel Quodvoltdeus che qualcuno forse ricorderà menzionato in occasione di una “passeggiata” veloce presso la catacomba di San Gennaro. Nato ad Abitine, nel circondario di Cartagine nella Provincia d’Africa, di lui si sa solo che fosse vescovo della sua città al tempo dell’invasione dei Vandali, nel 439, quando Genserico lo prese prigioniero e gli propose di restare vescovo se avesse aderito all’Arianesimo. Gaudioso rifiutò, fu allora imbarcato assieme a tutto il clero locale, su vecchie navi in disarmo, prive di remi e di vele. Fortunosamente attraversarono il mar Tirreno e approdarono a Napoli (439 o 440). Il complesso di San Gaudioso, modificato dal duca Stefano II nell’VIII secolo e molto più pesantemente nel ‘500 e oltre, fu al centro di alcuni scontri nel 1799, quando l’antica chiesa fu bruciata nel tentativo di stanare i ribelli mentre il monastero non subì particolari danni; dichiarato sede della clinica universitaria nel 1833, fu demolito completamente nel 1920 per realizzarvi le nuove strutture ospedaliere e, infine, nel 1943 fu temporaneamente adibito ad ospedale per le truppe francesi per poi riprendere la sua funzione dopo la guerra. Oggi l’unica parte superstite del monastero è la scala fanzaghiana con l’arco di accesso e il muro perimetrale con il portale in piperno che oggi si può ammirare attraverso un portale chiuso da una vetrata che di sera, credetemi, è particolarmente suggestivo.
Ci avviciniamo alla fine di questo percorso, naturalmente veloce e senza pretese eccessive: abbiamo passeggiato negli stessi luoghi di antichi filosofi, artisti e religiosi; abbiamo applaudito attori e imperatori, alzato letti moderni, porte sul passato, fino alla sommità di Caponapoli, la collina invisibile, l’altura che nessun napoletano, o quasi, riesce più a riconoscere come tale. Ora siamo noi a guardare verso il Largo delle Pigne, e quasi viene naturale chiedersi quante volte noi, oggi, siamo rimasti affascinati dal panorama che si gode ad esempio da Posillipo (il luogo che allevia la sofferenza), certamente un punto di vista privilegiato sul golfo, una cartolina famosa in tutto il mondo: ma secoli e secoli fa, un napoletano dove avrebbe potuto fermarsi a riflettere, dove avrebbe trovato un attimo di pace dal frastuono, caratteristica già tutta napoletana e indice della sua laboriosità da tempo immemore? Dove avrebbe potuto godere di simile panorama mozzafiato?
Fin dalla fondazione greca l’area nord ovest è scelta per la sua posizione strategicamente sopraelevata come luogo perfetto per l’Acropoli: l’attuale zona di Via Foria offriva un naturale baluardo difensivo, essendo un enorme bacino di raccolta delle acque piovane, rendendo praticamente inattaccabile il complesso di templi ed edifici religiosi riccamente adornati e abbelliti con marmi e statue. L’intera area sembrava essere interamente lastricata di marmi, tanto da meritarsi l’appellativo di Regio marmorata, un ricordo proseguito fino al medioevo, quando erano ancora visibili i resti di alcuni templi: quello del Dio Sole, di Demetra, di Apollo e di Diana (quest’ultimo, ormai lo sappiamo, ubicato nell’area dell’attuale chiesa di Santa Maria della Pietrasanta). È qui che si svolgevano i fondamentali riti religiosi, si veneravano le divinità della città, si svolgevano i sacrifici e le processioni che si inerpicavano sulla via “Sacra”, forse da rintracciare nell’attuale via del Sole. Si ritiene, inoltre, che proprio dall’antica Acropoli provenga la testa di donna detta “Marianna ‘a capa ‘e Napule” custodita oggi all’interno di Palazzo San Giacomo, forse reperto archeologico del tempio dedicato alla Sirena Partenope che secondo la tradizione fu sepolta proprio qui.
Il Celano, erudito al quale dobbiamo molte nozioni altrimenti perdute sulla Napoli antica, ce ne parla così: “vedesi una bellissima piazza detta S. Aniello che serve da delizia in estate per i Napoletani poiché oltre delle aure fresche che in essa si godono, le nostre amene colline formano alla vista un teatro molto dilettoso, e la sera in questo luogo si vedono adunanze di uomini eruditi e letterati”. È dunque un contesto ameno, diremmo quasi bucolico: è qui che, in un bosco allora fuori le mura, già nel VII secolo fra le rovine dei templi pagani si dice doveva esistere una edicola: è il ricordo di qualcosa accaduto in precedenza. Nel VI secolo una donna napoletana, Giovanna, si dice venisse qui con suo marito per chiedere la grazia di avere un figlio: pare addirittura che Giovanna e Federico (questi i nomi che la tradizione agiografica ci ha tramandato, avessero costruito una chiesa, chiamata poi Santa Maria Intercede. Evidentemente le preghiere dovettero funzionare perché, pare, nel 535 nacque Agnello (o Aniello) futuro vescovo di Napoli e santo. Agnello dedicò la sua vita ad opere di carità, distribuendo i suoi beni a poveri e opere di assistenza, divenendo sempre più una figura di riferimento in città, tanto da esserne nominato vescovo (in realtà il periodo di episcopato di Agnello viene indicato nella cronotassi dei vescovi di Napoli fra il 673 e il 694 ma, si sa, le fonti agiografiche sono spesso romanzata e fantasiose): il sant’uomo viene più e più volte invocato a protezione della città contro l’avanzata dei barbari (anche qui, le fonti indugiano confuse fra saraceni, longobardi, ostrogoti e chi più ne ha più ne metta!), fino a diventare, col tempo, uno dei patroni della città, con tanto di busto reliquiario conservato nella cattedrale. La prima notizia certa della chiesa ancora oggi esistente è del 1058, e sappiamo che aveva già inglobato la precedente dove secondo la tradizione fu sepolto proprio Agnello: la chiesa primitiva è da rintracciare nel transetto di quella successiva, ma purtroppo davvero poco o nulla resta dell’antico impianto: recentemente restaurata dopo i disastri della seconda guerra mondiale mostra al di sotto del pavimento i resti di cortine murarie greche (in ideale continuità con quelle di piazza Bellini) e, pare, anche quelli di una torre difensiva. Mi piace in particolare la scelta di rendere ancor fruibile l’edificio (che oggi è divenuto sede di legambiente), lasciando le panche destinate ai fedeli ma a vista, per mezzo di una vetrata, i resti scoperti sotto il suo pavimento.

E’ una bella serata d’autunno, si sta bene quassù, dopo la pioggia.
Il nostro amico del VI secolo è un orgoglioso napoletano: la sua è una città ancora stressata dalle recenti, terribili prove cui la storia l’ha sottoposta negli ultimi decenni. Si dice che ormai la guerra sia in fase conclusiva. Se vincono i romei finiremo alle dipendenze di una civiltà lontana ma in qualche modo “sorella”, e chissà che le cose non migliorino. Si guarda intorno. Uno sguardo oltre le mura, fa impressione da quassù: questo enorme torrente di acqua piovana che cala dalle colline…e là, in fondo il cimitero nuovo che stanno scavando intorno alla sepoltura di quello sconosciuto Januarius da quasi un secolo. Ha il dente avvelenato: per allargare gli spazi hanno demolito le vecchie sepolture, e ancora lo stanno facendo, e hanno distrutto le sepolture dei suoi antenati, che stavano lì da molto prima. “così va il mondo”, immagino abbia detto. Getta un’occhiata distratta all’antica acropoli: fa freddo adesso, e non è più il luogo splendido che ha visto da piccolo. Lo stato non esiste più. Torna sui suoi passi, incrocia quei due. Giovanna e Federico, li vede sorridere abbracciati e in preghiera. “Chist so’ pazz!”, gli viene da pensare. Ridiscende verso la città, quante rovine. Quanto fa male vedere questi templi ormai in rovina, e quanto fa male pensare che un imperatore attore, un tale Nerone, venisse qui a cantare…qui e non altrove, perché Napoli era scrigno della cultura greca. E oggi? Oggi non si canta, si prega. Si prega per la guerra, si prega e si costruiscono chiese (toh, quel campanile di Pomponio viene su davvero bene, a pensarci) contro i diavoli maiali. Si prega per la nascita di un figlio: pare proprio che Giovanna e Federico abbiano ricevuto la grazia per intercessione della Vergine. Ecco il motivo del loro ridere. Dice che lo chiameranno Agnello. Dice che costruiranno una chiesa quale ringraziamento. Proprio lassù, in mezzo ai templi degli antichi Dei.  Chissà se almeno questa resisterà ai secoli. In mente, non sa neanche perché, gli passa una frase imparata a memoria di un testo di Cornelio Nepote:“Ab tam tenui initio, tantae opes sunt profligatae”.

Esisteva a Napoli un luogo privilegiato, dedicato alla riflessione?
Esisteva un luogo in cui potersi accontentare della vista e della contemplazione di ciò che fu?
Ora lo sapete.

About the author

Classe '78. In tasca una laurea in Archeologia Medievale e un diploma conseguito in Vaticano in Archeologia Cristiana. Un passato da calciatore, muratore e cameriere. Un presente da chitarrista e spacciatore di chitarre e strumenti. Appassionato di calcio ma soprattutto di Napoli e della sua storia. A volte sogna di essere Duca di Napoli nel IX secolo. Per Idea Napoli cura la rubrica "Medioevo napoletano"

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