San Gennaro – Idea Napoli

San Gennaro

Il cubiculum e la tomba di San Gennaro

La recentissima partita di Serie A fra Napoli e Benevento oltre a rappresentare, si spera, il ritorno in pianta stabile di un derby campano nella massima divisione, è stata anche l’occasione per alcune simpatiche battute, vignette, striscioni a contenuto sportivo-religioso (a conferma che, a queste latitudini, il calcio sa ancora essere aggregazione, socializzazione, sport, amicizia e sana competizione e sanissimi sfottò): protagonista di queste espressioni come sempre colorite e pienamente del sud, il principale patrono di Napoli…quel Gennaro famoso soprattutto per la reliquia del sangue, e del relativo “miracolo”, che tra poche ore dovrebbe rinnovarsi e “proteggere” ancora una volta la sua adorata città.
Ma cosa ha fatto scoccare la scintilla?
Cosa ha fatto accendere la lampadina tanto da far scrivere questo articolo?
Uno striscione, opera dei sostenitori sanniti apparso sui vari social, recitava “San Genna’, ricordati che sei nato a Benevento!”, riproponendo in maniera forse inconsapevole quello che è uno dei grandi misteri irrisolti e forse irrisolvibili dell’agiografia. Ecco quindi farsi strada, strisciare nella mente quasi la necessità di parlare un po’ e di raccontare (per sommi capi, naturalmente) la storia incredibile di un vescovo protagonista di una storia lunga secoli e fatta di rifiuti, teste tagliate, sangue, furti, reliquie, beffe, competizione sfrenata tra eruditi ed ecclesiastici del ‘700, fino ad arrivare ai giorni nostri.
Januarius è nato nel Sannio, o per l’appunto nella città partenopea?
Anzitutto, il nome: Januarius non era il nome del futuro santo, bensì il gentilizio (oggi diremmo il cognome) di quello che fu un esponente della gens januaria, una famiglia romana devota al dio Giano (Janus) e giunta in Campania probabilmente intorno al II secolo d.C.: dunque, per assurdo, del nostro patrono conosciamo il cognome ma non il nome, mentre meno problematica risulta l’attribuzione del luogo di nascita, che per gli storici ormai dalla metà del ‘700 è Napoli. Dura a morire è però la tradizione beneventana, che pretende di riconoscere in un’antica costruzione il luogo di nascita del martire: i principali documenti agiografici non sembrano lasciare dubbi in proposito, in particolare gli Acta Bononiensa e quelli Vaticani. San Gennaro nasce dunque a Napoli intorno alla metà del II secolo, per poi recarsi a Benevento in qualità di Vescovo.
Guardiamoci un attimo intorno: cosa accade in quel travagliato momento a cavallo fra II e III secolo della nostra era?
Il primo vero scontro/incontro fra il mondo romano e il nascente cristianesimo che, sempre più, si sta proponendo come elemento di novità religioso, etico, morale e di distacco dalle cose del mondo (a conti fatti la sola, vera accusa che il mondo romano portava ai cristiani), porta con sé conseguenze spesso drammatiche e, secondo una certa tradizione agiografica cristiana, sanguinose: parliamo naturalmente delle persecuzioni che lo stato romano porta nei confronti dei cristiani. Tralasciando per un attimo la credibilità di tali testimonianze (sembra quantomeno strano che le fonti coeve praticamente non ne parlino, ed è riconosciuta dalle fonti una certa predisposizione di Diocleziano nei confronti dei cristiani, tanto da affidargli importanti ruoli pubblici) è in questo contesto che si inserisce la figura del “nostro”.
Ed è qui che finisce la Storia, e inizia il Mito.
Gennaro, nell’esplicazione più estesa dei suoi compiti di vescovo, si sente in diritto e in dovere di recare conforto (con altri due compagni, Festo e Desiderio) al suo amico Sossio, guida della comunità cristiana di Miseno incarcerata dal giudice Dragonio (Draconzio, Dragonzio o Dragone), proconsole della Campania. Dragonio, probabilmente stizzito dalla sua presenza e intromissione, fa arrestare anche loro tre, provocando a sua volta le proteste di Procolo, diacono di Pozzuoli e di due fedeli cristiani della stessa città, Eutiche ed Acuzio. L’autorità romana non ci pensa su due volte, e anche questi tre sono arrestati e condannati insieme agli altri a morire nell’anfiteatro (ancora oggi al suo posto), per essere sbranati dagli orsi. Ma durante i preparativi il proconsole Dragonio, accortosi che il popolo dimostrava simpatia verso i prigionieri e quindi prevedendo disordini durante i cosiddetti giochi (dando sfoggio dell’incredibile concretezza dello stato romano), cambia decisione e il 19 settembre del 305 fa decapitare i prigionieri: il 19 settembre, il dies natalis di San Gennaro, la data di morte dell’uomo e la data di nascita del martire, colui che testimonia (traduzione dal greco di “martire”) fino alla morte la sua fede. La scena si chiude con il solito epilogo: “una pia donna raccoglia un po’ del sangue del vescovo in due ampolline e lo conserva gelosamente…”. I corpi dei martiri vengono quindi sepolti in luogo imprecisato, nel cosiddetto agro Marciano (probabilmente da individuare nella zona flegrea, plausibile anche l’ipotesi Fuorigrotta), e presto dimenticati da tutti (cari beneventani, perché non ne reclamaste le reliquie?).
Finisce così?
E come fa questo piccolo vescovo a diventare San Gennaro!?
Facciamo un salto in avanti di circa un secolo, poco più di un secolo.
Siamo a Napoli. La città è forte, fiorente, lontana dalla crisi che inizia a stravolgere la sempre vicina Roma: è una città ricca di storia, cultura, arte, perfino già splendidi edifici religiosi (la Basilica di San Giovanni Maggiore, quella nei pressi dell’Istituto Orientale, è già in piedi per volontà di Costantino…). Cosa le manca? Le manca un eroe, le manca un simbolo, le manca un….martire. Napoli è città aperta, accogliente, solare, che non ha mai conosciuto persecuzioni o atti di forza nei confronti della comunità cristiana: a quei tempi, però, avere un patrono “forte” è simbolo di prestigio e di sicura “raccomandazione” da parte di chi sta in cielo. E napoli aveva un “piccolo” patrono…quell’Aspreno (di cui magari riparleremo…) miracoloso per chi aveva mal di capo…ma senza l’appeal di un martire decapitato. Il vescovo di Napoli è a quel tempo (siamo fra il 413 e il 432) Giovanni I: personalità forte, capace, determinato nel far crescere il ruolo della “sua” città. Si rende conto che c’è bisogno di certificare in qualche modo la fede e la devozione della sua gente (e il suo ruolo di guida in assenza di uno stato forte e presente) e cosa fa? Semplice. Va nell’agro Marciano (ovunque esso fosse) e recupera semplicemente le reliquie di San Gennaro, facendo anche in tempo a fondare delle chiese nei luoghi dove si ferma a riposare (qualcuno ha finalmente capito a cosa si riferisca la chiesa di San Gennaro ad Antignano?), e porta i resti del santo in uno dei luoghi deputati a sepolture della città.
C’è un luogo in particolare del vallone della sanità, che ospita già da un paio di secoli le sepolture dei napoletani: vi si trovano tombe pagane accanto alle prime sepolture cristiane, sempre più numerose e grandi, sempre più espressione di quel ceto diremmo borghese che si converte alla nuova religione. Con la sepoltura delle reliquie del santo diventa ben presto luogo principale di sepoltura, direi quasi il primo vero cimitero di Napoli in senso cristiano. Quelle che diventeranno famose come Catacombe di San Gennaro nascono ora, agli albori del V secolo. La storia di San Gennaro inizia da qui, da quel piccolo cubiculum chiuso da una parete meravigliosamente affrescata di lì a poco con la prima immagine “ufficiale” del santo patrono, rappresentato fra il monte Somma e il Vesuvio, in ricordo del suo intervento risolutore durante la terribile eruzione del 512: Gennaro appare sereno, col volto sbarbato, i capelli corti, e un’aureola dorata. Non si vede il golfo, la figura del santo ruba la scena. È una sorta di cartolina di Napoli ante litteram. A tutti gli effetti è nato il nostro patrono.  Intorno alla sua sepoltura crescono decine e decine di cubicula, quasi tutti affrescati, quasi tutti pieni di graffiti: la catacomba si trasforma da una serie affollata di cuniculi in uno straordinario esempio di architettura ipogea, con la realizzazione della basilica minor (la major è quella ancora presente fuori la catacomba, adiacente l’ospedale San Gennaro, a sua volta ex monastero benedettino altomedievale). Soprattutto nasce e cresce la Cripta dei Vescovi, straordinario luogo di culto e sepoltura degli allora principali vescovi napoletani: sul fondo della cripta c’è Giovanni I, colui che inventò San Gennaro. È ritratto calmo, sorridente, lo sguardo sereno e pacifico di chi sa di aver realizzato qualcosa di grande, forse immenso. Lo sguardo di chi si è fatto seppellire a due passi dal patrono, in uno scintillare di mosaici dorati, con riflessi di blu e verde, insieme ad un famoso vescovo di Cartagine dall’esemplare nome di Quodvultdeus. Una serie di ambienti che non smettono di stupire ancora oggi, a distanza di secoli e secoli, lo stralunato visitatore che si trova trasportato nei secoli che alcuni definiscono “bui” e che a me piace ricordare come eccezionalmente luminosi, come quei mosaici che in alcuni anfratti nascosti aspettano solo di tornare a splendere.
“E poi, che succede?”
Succede che i beneventani si ricordano nel IX secolo, ad appena 600 anni di distanza dai fatti narrati brevemente, di avere un santo vescovo sepolto a Napoli: il longobardo Sicone, principe di Benevento, penetra nelle catacombe nell’anno 831..rubando le reliquie del santo ma non le ampolle con il sangue e il cranio, messe al sicuro da qualche parte all’interno delle mura (le catacombe si trovavano allora piuttosto distanti dalla città). Le reliquie più importanti non torneranno mai più in catacomba, e troveranno collocazione definitiva solo nel ‘300, nei reliquiari angioini custoditi nel duomo, mentre le reliquie rubate dal longobardo saranno portate addirittura al santuario di Montevergine, dove resteranno fin quasi al tramonto del medioevo…quando saranno riscoperte sotto un altare e riportate finalmente a Napoli, nel Duomo.
“E il sangue? Dov’è il miracolo del sangue!?”
Calma. Il più famoso miracolo di San Gennaro, quello dal quale dipendono le fortune di questa nostra città, è piuttosto tardo: la prima menzione è infatti in un’oscura cronaca trecentesca, per la precisione datata al 17 agosto 1389. Lo scioglimento, secondo la consuetudine, avviene a maggio (ricordo della traslazione), settembre (dies natalis) e dicembre (in ricordo di una ennesima eruzione del Vesuvio, nel ‘600).
Questo ufficialmente.
Ufficiosamente, chi scrive sa che non è così.

About the author

Classe '78. In tasca una laurea in Archeologia Medievale e un diploma conseguito in Vaticano in Archeologia Cristiana. Un passato da calciatore, muratore e cameriere. Un presente da chitarrista e spacciatore di chitarre e strumenti. Appassionato di calcio ma soprattutto di Napoli e della sua storia. A volte sogna di essere Duca di Napoli nel IX secolo. Per Idea Napoli cura la rubrica "Medioevo napoletano"

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Comments

  • Benito 19 settembre 2017 at 13:10

    Bello. Quando poni le domande attiri curiosità…e l’articolo viene letto fino alla fine

    Reply
    • Angelo Orefice 20 settembre 2017 at 12:15

      Grazie, anche a nome dell’autore ovviamente 😀

      Reply
    • Nevio 20 settembre 2017 at 20:26

      grazie mille!!!

      Reply
  • Fabrizio Vecchioni 20 settembre 2017 at 12:59

    Descrizione erudita puntigliosa e esaustiva…bravo Nevio.

    Reply
    • Nevio 22 settembre 2017 at 9:08

      grazie mille 🙂
      spero di pubblicare sempre qualcosa di stimolante!

      Reply