Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, un luogo magico

C’è un luogo di Napoli in cui si condensano come in un incredibile e a volte improbabile minestrone gli ingredienti più disparati: gli antichi dei, il cristianesimo, maiali sgozzati, il diavolo, le janare, un primato mondiale, uno cittadino, il sottosuolo, un gioco da tavolo, un vescovo, una pietra santa misteriosa, un papa misconosciuto e, dulcis in fundo, quei templari che sembrano non mancare mai in qualsiasi racconto. Ma andiamo per gradi, cerchiamo di fare ordine a proposito di un monumento che appare come un perfetto esempio di quel “disordine” medievale che caratterizza alla perfezione la genialità napoletana, come abbiamo (e speriamo di avere in futuro) già avuto modo di raccontare.
L’immaginario collettivo che riguarda il medioevo, l’idea stessa che del medioevo ci è stata consegnata da una (ci si consenta) spesso inadeguata educazione allo studio, ci presenta città oscure, ripiegate su sé stesse, incapaci di dare prosieguo all’incredibile vicenda romana in rapido dissolvimento: a Napoli invece gli splendidi portici, i tempi degli dei pagani, le grandi piazze, i mercati, i luoghi di svago vengono sostituiti da una selva di chiese, parrocchie, orti cittadini (uno splendido esempio di adattamento), campanili, torri. Tutto sembra insomma rispecchiare, sembra essere testimonianza di una straordinaria voglia di resuscitare, di saper pigliare ‘o bbuono da ‘o malamente.
Proviamo a fare come di consueto un salto nel tempo.
Siamo sul decumano maggiore della città greco-romana, nel pieno del VI secolo.
Con uno sguardo riusciamo ad abbracciare a pochi passi le mura che cingono la città romana, in lontananza vediamo i campi e forse riusciamo a scorgere la collina dove un tempo sorgeva la città antica; una delle porte, lì a pochi passi; se guardiamo davanti a noi qualche centinaio di metri più in basso, il dolce degradare del monterone verso il mare (scorgiamo i resti dell’antico porto minore della città, dove lasciammo il nostro malinconico amico, protagonista dello scorso racconto); alle nostre spalle l’alta collina su cui sorgeva l’antica regio marmorata, il quartiere (diremmo oggi) forse più ricco di marmi e monumenti (sorgeva lì, ad esempio, il teatro in cui cantò Nerone); più lontano ancora, lontano dalle mura, le sepolture greco-romane e cristiane: siamo, insomma, nel centro della città, a pochi passi dal foro. È  proprio qui probabilmente, in questo luogo ormai trascurato, trasformato in sversatoio delle immondizie (segno dei tempi), che avviene una prima significativa svolta culturale per la nostra città: il vescovo Pomponio, guida spirituale (e come spesso accadeva a quei tempi anche politica) della città in uno dei momenti più duri della nostra storia (la guerra greco-gotica è alle porte) difende i suoi concittadini dall’eresia gota e con una grande intuizione politica (quanto straordinari erano quegli uomini!) riesce in  un colpo solo ad ampliare la sua base di consenso e a rafforzare la già fiorente comunità cristiana di Napoli.
Il cristianesimo nel VI secolo s’è ormai avviato da tempo ad essere prettamente “maschilista”, con le donne relegate in ruoli marginali (diaconie, assistenza ai poveri e bisognosi soprattutto): una religione così rigida non poteva in alcun modo permettere la persistenza di antichi luoghi di culto appannaggio esclusivo delle donne o, peggio, ammettere anche solo il ricordo delle donne in ruoli di potere (anche se, giova ricordarlo, le catacombe di Napoli ci restituiscono importanti testimonianze di donne che svolgevano catechesi).
Torniamo a noi.
C’è una leggenda ormai radicata che racconta che, proprio in questi luoghi imperversi un demonio travestito da maiale che a suon di grugniti va terrorizzando i buoni cristiani. In mancanza di altro riferimento o autorità cittadina (quanto pesa la caduta dell’impero…), è stato deciso di rivolgersi al vescovo, principale referente per qualsiasi questione: infatti Pomponio, vescovo napoletano poi santo, raccoglierà le istanze e le richieste dei suoi fedeli e deciderà la costruzione di una basilica a protezione di questi luoghi, nella speranza che il demonio maiale venga sconfitto. È addirittura la madonna a consigliarne la costruzione, apparendo in sogno al vescovo: la costruzione servirà ad allontanare il maligno, ma solo dopo aver trovato nel sottosuolo una pietra santa coperta da un velo celeste sarebbe potuta iniziare la costruzione del nuovo edificio: Pomponio deve aver trovato questa Pietrasanta perché, nel 533, viene consacrata la Basilica di Santa Maria Maggiore della Pietrasanta: abbiamo finalmente la nuova chiesa, una delle 4 parrocchie principali e la prima ad essere dedicata in città alla Vergine Maria. Finalmente è stato messo a tacere il demonio offrendo in sacrificio (quanto sono duri a morire i costumi antichi!) ogni anno una scrofa, sgozzata e offerta in dono: tale (barbara) consuetudine si protrarrà, pare, addirittura fino al 1625, quando l’offerta sarà prima tramutata nel famoso obolo e poi, forse perché qualcuno aveva subodorato l’imbroglio, in un cero votivo.
È interessantissimo notare come Pomponio, da esperto politico quale doveva necessariamente essere un vescovo all’epoca, sia riuscito in un solo colpo a risolvere più problemi: recupera un luogo cittadino da tempo condannato, come dicevamo, ad essere occupato dalle immondizie; mette al sicuro i suoi fedeli con la costruzione di una basilica ponendoli direttamente sotto la “giurisdizione” della Vergine Maria; e (forse l’aspetto politicamente più rilevante) guadagna un avamposto cristiano su uno dei luoghi maggiormente “pagani” della città. Sorgeva infatti  in quest’area, probabilmente sullo stesso sito, l’antico tempio di Iside in età greca e poi di Diana (protettrice delle partorienti e divinità preposta alla caccia, culto quindi marcatamente femminile) in età romana: le sacerdotesse di Diana (le “dianare”, che oggi conosciamo meglio come… janare) secondo alcuni ancora attive, venivano additate dagli uomini di evocare il demonio, di fare oscuri riti pagani…di essere colpevoli, in sintesi, della presenza di quel demone che tanto aveva spaventato i napoletani.
Purtroppo oggi della primitiva chiesa restano pochissime tracce, direi quasi nulle (tracce di un mosaico romano e, nella cripta, i pochi resti paleocristiani. E altro su cui torneremo tra poco): gli interventi nel corso dei secoli, i restauri, la moda barocca e poi quella di bombardare dal cielo le nostre città hanno reso del tutto diverso questo edificio: addirittura, a metà ‘900, solo un intervento della sovrintendenza ne ha evitato l’abbattimento. Recuperato e restaurato, dal 1990 è il centro “musicale” della Chiesa Napoletana, e ne possiamo ammirare le forme tipiche degli edifici religiosi di XVII/XVIII secolo, con accanto una piccola cappella e la splendida cappella Pontano, un capolavoro del Rinascimento.
Se della Basilica paleocristiana resta poco o nulla, oggi, in quel piccolo largo su via Tribunali, assolutamente straordinario è invece il campanile che ancora resiste in piedi, sfidando i secoli e le intemperie: le ipotesi relative alla sua datazione sono le più disparate, andando dal VI secolo (immaginandolo coevo alla Basilica) al più probabile X/XI secolo. Interamente costruito in mattoni presenta alla base un arco, e si sviluppa in altezza con tre ordini di finestre, alcune tamponate, alcune bifore con colonnine e pulvini in marmo, e una cuspide piramidale in alto. Ciò che colpisce in modo particolare l’osservatore è la natura composita del campanile: se nella parte alta il progetto sembra essere impostato in maniera coerente, la base è al contrario quanto di più tipicamente altomedievale possa esserci: l’opus reticulatum, elemento che certamente ci riporta ad una fase costruttiva che insiste su strutture romane, si caratterizza per l’utilizzo di marmi dalla più disparata provenienza. Mi piace immaginare, volare con la fantasia, e pensare all’amore per gli antichi monumenti che certamente ha mosso quella equipe di architetti e operai napoletani nel cercare fra i resti della città antica che certamente dovevano trovarsi parsi qua e là fra i ruderi qualcosa che potesse adattarsi e dare lustro e decoro al campanile per la nuova e così importante chiesa. L’architettura di recupero, dicevamo tipicamente altomedievale, non è segno della decadenza dei tempi o della scomparsa del sapere edilizio: è, al contrario, la massima espressione dell’ingegno di quegli uomini che, senza supporto dello stato, senza possibilità di poter acquistare marmi o materiali preziosi con cui abbellire gli edifici (ci si avvia inesorabilmente verso il netto rallentamento dei traffici nel mediterraneo), decidono di riutilizzare i materiali a disposizione, adattandoli alle nuove costruzioni. Ed è così che questo campanile sembra apparire come la perfetta sintesi della robustezza romana e dell’eleganza bizantina: dalla precisa volontà di quei napoletani del tempo di arrangiarsi il campanile viene integrato con archi in marmo, colonne, pulvini, perfino una lapide funebre e quella che potrebbe essere, chissà, un lacerto di architrave di chissà quale antica vestigia romana. Più su, infine, una statuetta in marmo di un grifo e, quasi nascosto…un piccolo manufatto in marmo di una testa di maiale, a ricordo immortale dei motivi che spinsero Pomponio a costruire la chiesa: le leggende, a volte, hanno davvero un fondo di verità. Chissà. Passargli accanto, sfiorarne le pietre, i marmi e i mattoni, equivale davvero a fare un enorme salto nel tempo. In ultimo, il campanile è, con pochi margini di errore, il più antico di Napoli, anzi..forse il più antico d’Italia.
Vale a dire, probabilmente, il più antico del mondo.
Restano da spendere due chiacchiere oziose sul sottosuolo che, come in qualsiasi altro luogo del nostro centro storico, è il negativo di tutto quello che c’è in alzato: nei cunicoli che corrono al di sotto della Basilica, alcuni simboli graffiti scoperti nel 2011 ma cercati per decenni, forse per secoli, da studiosi e archeologi napoletani, chiara presenza dei templari…che forse qui sotto erano soliti riunirsi. Per quanto riguarda la pietrasanta, elemento fondante di tutta la leggenda del complesso, non se n’è mai trovata traccia: peccato, perché pare che chi riesca a baciarla sia redento da tutti i suoi peccati. Così come resta forse per sempre impossibile da verificare l’ultima leggenda relativa al monumento: pare, si dice, si racconta che da qualche parte qui sotto sia sepolto papa Evaristo, uno dei primissimi successori di Pietro. Nessun dato archeologico, per ora, conforta questa ipotesi: tuttavia, la leggenda vuole che una sensazione di benessere si sprigioni dal sottosuolo nel giorno della sua commemorazione, che cade il 27 di ottobre.
Ci siamo quasi, che dite…volete provare?
Fermiamoci ancora un minuto, nel traffico di persone e di umanità varia che circonda distrattamente il campanile, che sorveglia i passanti da 1500 anni circa. Sulla facciata su via Tribunali, fra i marmi addossati sulla struttura in opus reticulatum, c’è una lastra di marmo, con delle strane linee tracciate su, graffite con grande precisione e maestria. Mi sono chiesto per anni su cosa potessero rappresentare quelle linee, il loro senso nascosto. Poi l’ho scoperto: con buona probabilità si tratta del ludus latrunculorum, nient’altro che l’antenato del gioco della dama. Cosa ci fa lì? Da dove proviene? Chi l’ha messa proprio lì? È, forse, la cosa che fa volare di più la fantasia. Quasi certamente era la seduta di una panchina pubblica, sulla quasi ci si sedeva e si passava il tempo giocando.
Riavvolgiamo ancora una volta il nastro del tempo.
È il VI secolo: il nostro amico napoletano guarda con aria triste il piccolo porto, le banchine insabbiate e i pochi resti. Si avvia, nel pomeriggio inoltrato che tende già al tramonto, verso il centro…dove un diavolo travestito da maiale terrorizza i passanti. Egli stesso non sa se crederci. Spesso, di notte, qualcosa di strano accade di sicuro, fra grugniti e lamenti di ubriachi. Eppure “sembra tutto così assurdo…con i goti che si dice siano alle porte, con gli enormi problemi di ordine pubblico, con lo stato che è sempre più distante e il ricordo dell’antica grandezza sempre più sbiadito…e voi pensate al diavolo? Mah. Qui c’è da capire come tirare avanti. Ci penserò domani, un bicchiere e torno a casa”. Incontra un paio di amici: insieme a loro si dirige nella piazzetta dove c’è una panchina e, fra una partita e l’altra al ludus latrunculorum con una tazza di vino caldo stretta in mano, viene a sapere che ci sono grandi novità, che Pomponio domani riceverà i fedeli per discutere il da farsi. Si dice abbia avuto una visione, si parla di una pietra dai poteri magici, si dice che smantellerà tutto per costruire una chiesa nuova…si dice anche un bel campanile.
Mentre ci pensa, lo sguardo distante verso il futuro, immagina quel campanile…e intanto ha perso l’ennesima partita.


About the author

Classe '78. In tasca una laurea in Archeologia Medievale e un diploma conseguito in Vaticano in Archeologia Cristiana. Un passato da calciatore, muratore e cameriere. Un presente da chitarrista e spacciatore di chitarre e strumenti. Appassionato di calcio ma soprattutto di Napoli e della sua storia. A volte sogna di essere Duca di Napoli nel IX secolo. Per Idea Napoli cura la rubrica "Medioevo napoletano"

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