Stefania Divertito: “Un romanzo per far conoscere tematiche ambientali”

Una spiaggia troppo bianca, nelle librerie dal 30 aprile 2015

Una spiaggia troppo bianca, nelle librerie dal 30 aprile 2015

Stefania Divertito è una giornalista e scrittrice nata a Napoli. Ha scritto diverse inchieste a tema ambientale: Uranio, il nemico invisibile; Amianto, storia di un serial killer; Toghe verdi, storie di avvocati e battaglie civili. Nel 2004 è stata eletta Cronista dell’anno, mentre nel 2013 ha vinto il Premio Pasolini.
Il 30 aprile scorso è uscito Una spiaggia troppo bianca (NN Editore), primo romanzo della trilogia Le inchieste di Gemma Ranieri, ispirata proprio alle inchieste condotte dall’autrice: “Gemma Ranieri vive a Milano, dove è diventata giornalista in un quotidiano nazionale. La sua amicizia con Vincenza, detta Vic, è cresciuta nei vicoli di Napoli tra sogni, speranze e decisioni da prendere. Vic ha scelto di rimanere e di denunciare gli abusi sulla città con le sue fotografie, Gemma di andare a tentare la carriera di giornali-sta a Milano. Ma un giorno, Vic perde la vita in un misterioso incidente d’auto. E quando Gemma torna e tenta di ricostruire gli ultimi giorni dell’amica, si ritrova improvvisamente immersa in un vero e proprio eco-thriller fatto di pedinamenti, fughe, uomini senza scrupoli, spiagge troppo bianche, tentati omicidi”.
Idea Napoli ha avuto il piacere di intervistare Stefania per cercare di approfondire un tema che spesso resta nell’ombra e sembra lontano dalla nostra vita, ma in realtà è più vicino che mai:

 

– La prima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto del tuo libro è stata che probabilmente la gente conosce ancora troppo poco queste storie di “spiagge troppo bianche”. È vero? Se si, perché? Sono vicende da tener nascoste il più possibile?

È una domanda complessa perchè per rispondere devo indicare una serie di fattori: c’è la politica, troppo spesso legata a doppio filo con chi inquina (o perchè ha concesso appalti a ditte corrotte o perchè essa stessa corrotta) e quindi tende a tenere nascoste alcune situazioni, c’è il sistema di informazione, distratto e che oramai solo raramente fa inchieste giornalistiche vere. Ma c’è anche un generale (ma fortunatamente non generalizzato) disinteresse dei cittadini per il proprio quartiere, la propria città, che li rende meno attenti e quindi meno reattivi quando pure scoprono uno scandalo. Un mix letale purtroppo…

 

– Recentemente è stata sequestrata l’ex cava Suarez, dove venivano smaltiti illegalmente rifiuti speciali (tra i quali l’amianto), tra l’altro a pochi passi dal Policlinico. Qual è la soluzione per arginare situazioni del genere?

La soluzione tecnica c’è ed è la tracciabilità dei rifiuti, un sistema in vigore in tutta Europa ma che in Italia non è ancora completamente applicato perché dopo appalti milionari e la puntuale inchiesta della magistratura che ha smascherato tangenti e malaffare, le imprese devono solo pagare un obolo annuale e il servizio non è efficiente. Per l’amianto la soluzione deve secondo me passare necessariamente attraverso la filiera corta: occorre che si creino sistemi di smaltimento regionali, diffusi in tutte le regioni, che riescano anche ad abbattere i costi. Così togliamo “linfa” alla malavita che agisce laddove lo Stato non riesce a gestire.

 

– Com’è nata l’idea di creare una trilogia dalle tue inchieste?

L’idea nasce da un bisogno di far arrivare le tematiche ambientali a più persone possibile utilizzando lo strumento del romanzo e veicolare quindi a chi non legge saggistica. Per cui ogni capitolo avrà un inquinante come tema principale. Posso già anticipare che il prossimo sarà ambientato tra i militari perché Gemma investigherà nell’inquinamento bellico.

 

– Qual è, secondo te, la caratteristica principale da possedere per fare un lavoro come il tuo?

La curiosità. Me lo ha insegnato il mio primo vero “capo”, oramai venti anni fa. Bisogna essere curiosi e non avere mai vergogna o timore ad alzare il dito e fare una domanda. Non esistono domande stupide, esistono domande fatte e quelle taciute.

 

– La terra dei fuochi è stata per un po’ di tempo sulla bocca di tutti: tutti avevano proposte, tutti soluzioni. Oggi sembra che, almeno a livello mediatico, l’attenzione sia un po’ scemata, ma il problema resta ed è gravissimo. Se tu potessi, quale sarebbe la prima cosa che faresti per tentare di risolvere davvero il problema?

Bisogna agire su due livelli: uno la mappatura vera e precisa dei siti contaminati, magari creare un marchio di prodotti e ridare immediatamente linfa economica ai produttori e contemporaneamente bonificare, subito. Nello stesso periodo, chiudere il ciclo dei rifiuti in Campania, educando al riuso, alla riduzione dello spreco, degli imballaggi, dell’usa e getta, e creare una filiera del riciclo per creare economia sana. Dall’immondizia nascono opportunità lavorative. Ma subito agire per la messa in sicurezza dei cittadini. E avviare uno screening sanitario.

 

– Idea Napoli prova a raccontare la città evitando i luoghi comuni che spesso la accompagnano. Alla fine di ogni intervista siamo soliti chiedere ai nostri ospiti, lasciando ampia libertà di risposta: qual è la tua idea di Napoli?

Io ho un’idea di Napoli che parte dalle periferie. Sono nata e cresciuta a San Giovanni a Teduccio, è stato naturale far nascere anche Gemma Ranieri lì. Amo la spiaggia del mio quartiere, anche se non è Marechiaro, amo i cortili delle ville vanvitelliane del Corso San Giovanni dove ti affacci e senti il sapore del mare che arriva da dietro il muro di cinta. Amo il museo di Pietrarsa, la vecchia fabbrica Cirio, la Corradini e il suo tufo che s’incendia al tramonto. Vivendo fuori Napoli devo dire che mi emoziona molto anche la cartolina, perché è normale che sia così. La mia Napoli è quella del fermento culturale degli anni ’80, della musica sperimentale, del teatro, di quella scuola di giornalismo di strada che ha sfornato i migliori cronisti d’Italia.
Vorrei sentire di nuovo quel fervore, quell’energia vitale coinvolgente. E non ho mai smesso di credere che ritornerà.

 

Pierpaolo Orefice

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