Luoghi non comuni

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Ultimo Dell’Anno


I nomi sono importanti.
Raccontano di te, dei tuoi genitori, di come sei venuto al mondo, di quanto è stato bello aspettarti.
I nomi hanno una storia.
Possono essere l’eredità lasciata dai nonni, un omaggio a una persona importante, oppure venir fuori dal nulla, per caso.
Spesso hanno un significato molto semplice.
Possono anche condizionarti la vita, i nomi.
Io mi chiamo Ultimo.
Il motivo? Quando sono nato, o meglio quand’ero ancora nel grembo materno, mia mamma e mio padre decisero che non avrebbero avuto più figli. Tre erano abbastanza, né pochi né troppi. Io sarei stato l’ultimo prodotto del loro amore.
L’ultimo dei tre. Quindi Ultimo di nome.
Che fantasia, i miei genitori! Eppure mio fratello maggiore, il primo dei tre, non si chiama Primo, ma Nicola, e il secondo non si chiama Secondo, ma Ruggiero.
Il fatto che quattro anni dopo di me sia nato un altro figlio, Francesco, mi ha portato a due conclusioni: i miei genitori sono due coglioni e io ho un nome del cazzo che non vuol dire nulla.
Perché Ultimo è un nome che può segnarti per sempre. Non per il nome in sé, che preso così può sembrare anche un nome da duro, da uomo vero.
Il problema è il cognome, perché mio padre si chiama Pasquale Dell’Anno.
Sì, io sono Ultimo Dell’Anno.
E quando poteva nascere Ultimo Dell’Anno? Il 31 Dicembre, penserete voi, immaginando che io sia uno di quei casi più unici che rari, uno di quelli che esce sui giornali e viene invitato a La Vita in Diretta per raccontare la bizzarra storia di un bambino che di nome fa Ultimo, di cognome Dell’Anno ed è nato nell’ultimo giorno dell’anno. Invece no, io sono nato il 19 Aprile, quindi non servo nemmeno a La Vita in Diretta. Che sfiga!
Vi risparmio le battute che ho dovuto subire quasi ogni giorno a scuola e in ogni luogo pubblico dove fossero pronunciati il mio nome e cognome. Vi basterà sapere che ai miei compleanni i miei amici portavano lo champagne, facevano il conto alla rovescia e si scambiavano gli auguri emozionati. Addirittura una volta uno di loro portò bengala e stelle filanti.
Quando racconto la mia storia agli altri suscito compassione. Una volta mi ritrovai a parlarne con una ragazza in un negozio d’abbigliamento, dove entrai per acquistare una maglia e un pantalone grigio perlato e ’na camicia bianca pe’ mme. Quando le dissi dei miei momenti tristi, delle mie difficoltà, degli ostacoli che avevo dovuto superare, lei mi guardò con gli occhi pieni di lacrime e mi sussurrò singhiozzando: «Sono commessa».
La rabbia nei confronti dei miei genitori per quella combinazione mortale di nome e cognome ha sempre condizionato i miei rapporti sociali, soprattutto per quel che riguarda le donne: sono indeciso, non so come comportarmi, se sto sbagliando o facendo la cosa giusta. Il che mi fa risultare tremendamente goffo.
Adesso sembra che qualcosa in me si sia sbloccato: la settimana scorsa ho conosciuto una donna separata; ci siamo dati appuntamento alla prossima, così potrò conoscerla per intero. Forse andremo a vedere un film insieme: mi ha detto che ama quelli di nicchia, così ho chiesto a Saverio, il mio amico custode, se ci fa entrare nel cimitero.
Si chiama Bella, anche se è brutta. Ma per me che mi chiamo Ultimo e non sono l’ultimo non è certo un problema. Nemmeno per lei, anche se suo padre sostiene che il nome che le ha dato non è proprio azzeccato. Non a caso si chiama Franco.
Maledetti nomi.
Spero tanto di costruire con lei una relazione che sappia distrarmi e allontanarmi da un momento triste che mi porto dietro da un bel po’: per la disperazione sono addirittura entrato in una setta.
Le sette sono terribili: ti condizionano la vita, ti allontanano dagli affetti, popolano la tua esistenza di mostri che non esistono.
Io ho paura delle sette. Soprattutto quelle del mattino.
Non ho mai lavorato, è vero. Sono troppo pigro per svegliarmi presto, ma ultimamente ho trovato qualcosa che mi entusiasma e che, chissà, potrà diventare il mio lavoro. Mi è scoppiata la passione per l’alta pasticceria. Ieri sera ho preparato un dolce all’avocado: gli è piaciuto talmente tanto che domani lo farà assaggiare ai suoi colleghi in tribunale.
Ho proposto le mie creazioni anche a uno chef giapponese, ma si è arrabbiato un sacco e mi ha cacciato via dal suo ristorante: era un tipo molto sushiettibile.
Farò di tutto per realizzarmi nella vita. Sono stato sempre un po’ sfortunato, è vero, ma riuscirò a riscattarmi.
D’altronde il nome non è tutto, si può vivere degnamente anche con un nome strano.
Sono certo che anche io troverò un lavoro che mi piace, mi sposerò, farò dei figli e vivrò felice per sempre con la mia famiglia.
Poco importa se ho quarantasette anni.

Oggi è l’ultimo dell’anno, butto via i vecchi ricordi.

Mentre friggo il pesce, brindo all’anno che verrà, con un po’ di calamaro in bocca ma con tanta speranza.



Giornalista pubblicista, amante delle parole scritte e della napoletanità pura. Sorride e si emoziona con i film di Totò e Troisi, sogna con la musica di Pino Daniele.
Per Idea Napoli scrive “Racconti”.


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