Vi racconto la leggenda del pallavolista volante

“Ho conosciuto centinaia di atleti. Alcuni vincenti, altri perdenti. La differenza? I vincenti trovano soluzioni. I perdenti cercano alibi.” Lo diceva Julio Velasco, l’allenatore della nazionale italiana di pallavolo maschile più forte di tutti i tempi. E di quella squadra faceva parte un ragazzone veneto, che acquistava centimentri dopo ogni febbrone, un po’ imbranato con le ragazze e che ha trovato nella pallavolo la sua dimensione vincente. Senza alibi.

Andrea Zorzi, detto Zorro, mette in scena la sua storia personale che, negli anni delle medaglie d’oro, è stata anche quella di tutti noi, appassionati o meno al volley, sul palcoscenico del Festival MANN, insieme a una meravigliosa Beatrice Visibelli, con lo spettacolo “La leggenda del pallavolista volante”.

Si parte da lontano, dalle sue radici, la sua famiglia, il suo contesto “campagnolo” e allo stesso tempo fatto di migrazione in Australia, come aveva fatto il padre prima di conoscere la donna della sua vita, un’infermiera psichiatrica dell’epoca pre-Basaglia, e stabilizzarsi nel nord est italiano, pur continuando a viaggiare per lavoro. In una scenografia minimal, modulabile, che gli stessi attori spostano a seconda della necessità, la storia di vita del pluricampione mondiale ed europeo, ma, ancora doloroso dirlo, mai olimpionico, viene sviscerata con grande ironia e autoironia, con qualche aneddoto sui compagni di squadra, come quello su Giani che a Parma utilizzava il phone per scaldarsi dal freddo, e tante lezioni di vita, come lo sport vero sa insegnare.

Questo spettacolo l’ho visto da ex pallavolista che ancora adesso, a 37 anni e un ginocchio in meno, non rinuncia alla sua partita settimanale con gli amici. Questo spettacolo l’ho visto con gli occhi della ragazzina che dalla prima volta che ha messo piede in palestra, quella del Centro Ester, isola felicissima del quartiere di Barra, per la precisione, non ha più smesso di appassionarsi e di imparare. Come si capisce anche dalle parole della coppia di scena Visibelli-Zorzi, s’impara dall’allenatore, s’impara dal gruppo, s’impara dagli errori, dalle sconfitte e dalle vittorie, ma soprattutto s’impara da se stessi. “Chi si vergogna, s’impegna.” Se ci pensate un attimo, quest’affermazione, nella sua semplicità, è una verità imprescindibile e nello spettacolo viene recitata quando si racconta del bagher devastante di Zorro, fondamentale su cui ha dovuto lavorare tanto e che ancora è la sua bestia nera. Nonostante un errore in bagher di quelli da partita di Pasquetta, Zorzi fu chiamato comunque in nazionale perché aveva reagito arrossendo, cioè vergognandosene. Chi si vergogna, s’impegna, appunto. E quel rossore sul volto è stato, inconsapevolmente, la sua fortuna, dando inizio a una carriera da “generazione di fenomeni”.

Sul palco si snocciolano tutti i successi, personali e professionali, di Zorro, ma la sconfitta è quella che ti resta sul groppone. Finale Olimpiadi di Atlanta del 1996 contro l’Olanda di un’altra generazione di fenomeni. L’ultima occasione, quella aspettata per quattro anni. Quella palla che cade a terra, o sulla banda, decretando la fine di tutto. Oppure no.

Quando le cose vanno male, si riparte sempre dai fondamentali. E allora la battuta diventa la metafora della ripartenza, la difesa, quella che prediligo, dà l’adranalina del recupero fatto con sacrificio, allenamento e anche intuizione, il muro è il punto di riferimento per i tuoi compagni e l’attacco, quello che Zorro sapeva fare meglio di tutti, la parte finale più bella ma che esiste solo se c’è tutto il resto. Quindi, il gioco di squadra. Non sei nulla senza i tuoi compagni, loro non sono nulla se tu non ci sei.

Di queste due ore volate insieme a uno dei miei miti dell’adolescenza, porto nel cuore le emozioni dovute  ai ricordi venuti a galla, come l’indimenticabile esercizio finale dei cinque punti consecutivi che ti facevano andare via dalla palestra anche un’ora dopo il tempo previsto, con il custode che avrebbe voluto spegnere le luci per andare a casa e qualche volta lo ha fatto, la gratitudine nei confronti dei miei allenatori che sono stati anche maestri di vita e, onestamente, non so se sia ancora così, genitori permettendo, la fortuna di essere stata nel posto giusto al momento giusto, nonostante le mie doti fisiche non spiccate, ma salvata da un’abnegazione verso questo sport quasi folle e testarda. Ma di queste due ore meravigliose, mi porto dietro anche la tristezza di non aver visto neanche una ragazzina pallavolista in erba, una scuola volley,  un allenatore, un dirigente sportivo. Un peccato e un’occasione persa. Ma anche un consiglio: vedere una leggenda dello sport così, fatta da lavoro quotidiano e vergogna, nel senso detto prima, vale anche dieci ore di allenamento in palestra.

E sapete cos’ho fatto dopo, con gli occhi ancora pieni? Preso la borsa, messo le ginocchiere e riso in campo con i miei compagni di follia, vergognandomi ancora ad ogni errore e impegnandomi sempre sulla palla successiva. Poi sono tornata a casa sui gomiti, ma questa è un’altra storia.

About the author

Criminologa e operatrice sociale a tempo perso. Ama giocare con le parole ma anche a pallavolo, nonostante l’età. Ha le spalle protette dal Vesuvio e lo sguardo fisso sul mare. Così si sente a casa, o quando è in curva B al San Paolo. Per Idea Napoli cura la rubrica “Racconti in Curva”

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