Luoghi non comuni

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Vittime di tratta e vittime di violenza: dai numeri ai volti


“Net.work tour” oggi 25 novembre a piazza Dante contro ogni forma di discriminazione

La tratta di esseri umani non è un fenomeno recente. È stata definita spesso la nuova schiavitù e per certi versi lo è. È un fenomeno che va a braccetto con il traffico di migranti, ma va anche oltre, tanto da volere una disciplina giuridica a parte. In criminologia si distingue tra smuggling e trafficking, riferendosi, nel primo caso al favoreggiamento all’immigrazione clandestina e, nel secondo caso, alla tratta di esseri umani allo scopo di sfruttamento lavorativo e/o sessuale. Ma non ho intenzione di parlare in maniera accademica della tratta, di cui esiste una soddisfacente bibliografia che potrà rispondere sicuramente alle vostre domande. Voglio, invece, porre l’accento su un nuovo modo d’inquadrare il fenomeno, così come suggerito da una recente Direttiva europea (2011/36/EU) sulla prevenzione e la lotta al traffico di esseri umani e la protezione delle vittime e da un rapporto presentato l’anno scorso al Parlamento Europeo: la tratta riguarda soprattutto le donne, soprattutto per lo sfruttamento del loro corpo ed è attuato attraverso gravi forme di violenza di genere.

A supporto di ciò ci sono ovviamente i dati: da uno studio del 2016 della Commissione Europea emerge, infatti, che nell’UE oltre 15.800 persone sono state vittime di tratta, di cui il 76% erano donne e il 21% minori; lo sfruttamento sessuale sarebbe alla base del 67% dei casi, seguito dallo sfruttamento lavorativo (21%); circa il 45% delle vittime proviene dalla Nigeria, segue l’Europa dell’Est.

Numeri, direte. No. Volti, dico io. Sostituite a ogni singolo numero, il volto di una ragazzina, di una donna con figli lasciati nel proprio Paese, di bambine sottratte alle famiglie. Centinaia, migliaia di donne costrette a vendere il proprio corpo, dopo aver lasciato il proprio Paese con l’inganno o per disperazione, dopo aver subito stupri, anche di gruppo, per “abituarsi” al tipo di lavoro o a violenze di altro tipo, corpi usati per soddisfare le voglie di uomini, anche e soprattutto italiani, che cercano in strada bersagli più facili per perpetrare una violenza di genere, di cui sempre poco si parla.

Oggi è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Poi, ne hanno istituita un’altra, trascorsa da poco, per i Diritti dell’Infanzia. E, poi, non contenti di ricordare, festeggiare e organizzare convegni e tavole rotonde piene di spigoli, ne hanno inventata un’altra, contro il traffico di esseri umani.

Ebbene, molto spesso le vittime che si ricordano oggi sono le stesse di quelle del 20 novembre che sono le stesse di quelle del 30 luglio.

Eppure basterebbe tornare a essere umani e a guardare negli occhi le persone. Ci sarebbero meno manifestazioni pubbliche con discorsi retorici e più bellezza nei nostri cuori.

Io oggi non ricordo. Io tutti i giorni lavoro, per non dover mai più associare ai numeri delle statistiche dei volti di donne che soffrono, ma solo i loro sorrisi di gioia. E credo che lo dovremmo fare tutti.

 

 

 

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Criminologa e operatrice sociale a tempo perso. Ama giocare con le parole ma anche a pallavolo, nonostante l’età. Ha le spalle protette dal Vesuvio e lo sguardo fisso sul mare. Così si sente a casa, o quando è in curva B al San Paolo.
Per Idea Napoli cura la rubrica “Racconti in Curva”


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